Il modello zoppo dell’immigrazione italiana

Sull’immigrazione l’Italia presenta una seria, serissima anomalia. Perché, a differenza di quanto avviene in molti altri grandi paesi, da noi ci si dilania ma su una politica che non c’è. Visto che la questione dell’apertura o della chiusura dei porti anche se accende gli animi non surroga la mancanza di idee e di regole indispensabili per la sua moderna, efficace gestione. Un buco nero programmatico che rispetto all’altrove è ulteriormente aggravato da una insostenibile, diffusa sciatteria operativa dei nostri apparati burocratico-amministrativi. Con il risultato che alla domanda di quale sia il modello ispiratore della nostra politica dell’immigrazione è difficile se non impossibile trovare oggi qualcuno in grado di darvi risposta. Le ragioni? Due soprattutto.

La prima riguarda la forma del suo governo. In Italia, infatti, le competenze dell’immigrazione anziché essere affidate, come avviene in gran parte delle nazioni industrializzate, ad un unico “cervello” istituzionalmente responsabile, risultano “sminuzzate” per le gelose, intoccabili prerogative di diversi dicasteri: Interni, Esteri, Giustizia, Lavoro, Sanità, Istruzione etc. Che nati e pensati per un paese da cui si partiva ma non certo si arrivava risultano, al di là della buona o della cattiva volontà, oggettivamente non all’altezza del compito. Visto che un fenomeno di natura trasversale come l’immigrazione è per forza di cose destinato a sfuggire di mano ad un’amministrazione che preferisce funzionare per compartimenti stagni. E che, per questo, ha sempre rifiutato di demandarne il controllo e la gestione ad un apposito corpo di funzionari dedicati ed altamente specializzati. Una debolezza sistemica responsabile del paradosso per cui da noi la politica anziché comandare è costretta a rincorrere l’immigrazione sfornando sanatorie a ripetizione. Come testimonia il fatto, più unico che raro, che gli immigrati regolari oggi presenti sul nostro territorio sono nella stragrande maggioranza ex irregolari di volta in volta “sanati” nel corso degli anni.

La seconda, non meno preoccupante, è che la politica dell’immigrazione "all'italiana" anziché contrastare quella irregolare ma dedicarsi nel modo dovuto a quella regolare parla solo e sempre della prima disinteressandosi fino ad ignorare la seconda. Su di essa, infatti, una volta prematuramente tramontati con la crisi di governo del 1998 gli intenti della Turco-Napolitano, è come se le istituzioni avessero deciso di calare il silenzio. Decidendo, non è ancora chiaro se coscientemente o meno, di poter relegare nel dimenticatoio quella che da che mondo è mondo la questione numero uno delle politiche dell’immigrazione degne di questo nome: aiutare gli immigrati che lo vogliono e lo meritano di lasciare la condizione di stranieri per diventare nostri nuovi concittadini.

Un’amnesia doppiamente colpevole. Non solo perché trascura i tanti che in silenzio ma con molta fatica hanno deciso di fare dell’Italia la terra dei propri figli. Ma, cosa ancora più grave, ha ridotto in non pochi talenti stranieri l’interesse per l’Italia e che per questo hanno ritenuto più conveniente trasferire in terre lontane da noi le loro preziose ed assai competitive qualità professionali.