Il muro della democrazia in America

Il futuro della democrazia americana è appeso al Muro. La decisione con cui 18 Stati dell’Unione, tra cui due giganti come California e New York, hanno deciso di impugnare in tribunale contro Trump la legittimità del suo ricorso allo stato di emergenza per finanziarne la costruzione segna infatti l’avvio di uno scontro politico che rischia di essere per le istituzioni del Paese senza ritorno. Se per ritorno si intende il ripristino quo ante del loro tradizionale modo di essere e di funzionare.

Non fosse altro perché nella storia post bellica USA l’emergenza militare nazionale decisa da Trump venerdì scorso 15 febbraio è stata la prima ed unica dopo quella dichiarata da George Bush dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2011. Con l’ulteriore aggravante che la natura complessa e giuridicamente molto “scivolosa” del contenzioso è tale che i tempi lunghi per le sua eventuale soluzione sono destinati ad incrociare ed avvelenare quelli dell’ormai prossima campagna presidenziale 2020. Un corto circuito negativo destinato a rafforzare, sia tra i democratici che tra i repubblicani, i fautori dello scontro a scapito di quelli del dialogo. Ma i guai per l’America non finiscono qui.

Per la semplice ragione che il vero braccio di ferro in corso all’ombra del Muro è quello tra il Presidente ed il Congresso. O meglio tra i poteri del primo e le prerogative costituzionali del secondo sulla delicatissima questione relativa allo stanziamento e l’uso della spesa pubblica. Che, ritenuta una architrave dell’equilibrio costituzionale del presidenzialismo federalista statunitense, è stata gestita fin dai tempi dei Padri Fondatori in base al principio: il Presidente propone, il Congresso dispone. Il cuore della crisi americana sta nella fine di questo “duopolio democratico”. Tanto è vero che nel 2014, quindi prima dello strappo sul Muro di Trump, Barak Obama era stato accusato, e sconfitto in giudizio, dai parlamentari repubblicani, all’ora all’opposizione, per aver usurpato i poteri del Congresso finanziando per decreto la “sua” riforma sanitaria.