Il ping pong sui porti sta uccidendo l’Europa

Se continuano a cincischiare sul tema caldo dell’immigrazione, c’è il rischio che siano gli europeisti a seppellire la nostra malandata Unione Europea. Più dell’egoismo dei sovranisti-nazionalisti che avanzano in mezzo Continente, l’inconcludenza di quel che resta dell’establishment pro-Europa rischia, infatti, di frantumare il sogno che fu dei Padri fondatori dell’UE. Un’ipotesi forse malsana. Ma di cui da tempo discutono raffinati intellettuali del calibro, solo per citarne alcuni, di Ivan Krastev e Jan Zielonka. Convinti che di questo passo le classi dirigenti europeiste ci porteranno dritti verso il baratro. Prima di piangerci addosso, proviamo almeno a capire le ragioni di questo j’accuse.

I leader politici d’apparato hanno fatto spallucce di fronte all’emergenza immigrazione nel Mediterraneo esplosa ormai otto anni fa con la Primavera Araba del 2011. Fa eccezione Angela Merkel che ha pagato a carissimo prezzo le scelte prese nel 2015. Quando, in piena crisi migratoria (oltre un milione di arrivi in Europa), di fronte alle immagini del piccolo siriano Aylan restituito dalle onde cadavere sulle spiagge turche di Bodrum, fu l’unica a rompere l’inerzia generale dei partner europei. Segnando un confine chiaro tra emergenza umanitaria ed emergenza immigrazione. Separando in maniera netta l’obbligo di accogliere i profughi che scappano da guerre (“c’è posto per tutti” dichiarò la cancelliera) e la necessità di rimpatriare gli immigrati illegali in cerca di una nuova vita. Dopo la decisione di spalancare le porte della Germania ai rifugiati, Merkel è stata vittima, in primis, del fuoco amico del suo partito. Impersonato, da ultimo, dal Ministero dell’Interno Horst Seehofer. Che preoccupato dall’avanzata dell’estrema destra anti-immigrati nella sua Baviera, ha, di fatto, costretto la cancelliera a tornare, almeno in parte, sui suoi passi.

Una débâcle, quella della lady di ferro tedesca, che ha fatto negativamente scuola tra i leader politici europeisti. Per la semplice ragione che i più, atterriti dal timore di fare la sua stessa fine, cioè perdere voti e consensi, hanno preferito tacere sul dossier immigrazione. Perdendo, così, l’occasione di elaborare una credibile controproposta politica alternativa a quella, assai affascinante per gli elettori perché rassicurante, delle frontiere chiuse che ai sovranisti di turno alle urne ha dato non poche soddisfazioni.

Una verità che forse fa male al cuore ai pochi che sognano ancora un’Europa unita. Soprattutto perché le soluzioni di buon senso a quella che continuiamo a definire emergenza immigrazione nel Mediterraneo, ci sono. Per garantire sicurezza e diritto d’asilo nel Vecchio Continente sarebbe, ad esempio, bastato rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway (rilanciata di recente, almeno in parte, dal Ministero degli Esteri Moavero Milanesi). Secondo il quale per evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo, garantendo solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere redistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 Stati dell’Unione.

Di questo e di molto altro avrebbero dovuto discutere quelle che con un termine dispregiativo vengono oggi definite le élites al potere. Hanno, invece, preferito nicchiare. Cosa che ha condannato quello che resta degli europeisti d’antan ad assistere in tribuna, senza neppure sapere per chi tifare, al surreale match tra il team dei porti chiusi e quello dei porti spalancati. Sapendo, però, che il peggio deve ancora arrivare.