Il problema è l’immigrazione non gli immigrati

Quale è l’elemento che, miscelando tra loro la rabbia per le crescenti diseguaglianze dei redditi, i timori per l’incalzare dirompente della globalizzazione economica e il dominio sfrenato dei social media, ha innescato l’incendio politico che dalla metà di questo decennio assedia senza sosta le democrazie dell’Occidente? Come mai i politici che, al di qua e al di là dell’Atlantico soffiando sul fuoco ne hanno tratto profitto, continuano, nonostante le loro non certo brillanti performance di governo, a godere di un elevato consenso elettorale? Due domande, una risposta: l’immigrazione.

Per capire che è così basta guardare quello che sta accadendo nel mondo. Dove l’immigrazione ad ondate successive sta cambiando il volto fino a poco tempo fa immutato di intere nazioni. “Gli USA”, scrive Yoni Appelbaum in un saggio che sarà pubblicato da Atlantic a dicembre prossimo, “sono alle prese con una transizione demografica che nessuna democrazia ricca e stabile ha mai conosciuto in passato: la popolazione che fino ad oggi era stata maggioranza è sul punto di divenire minoranza politica, mentre le attuali minoranze politiche rivendicano parità di diritti e di interessi”.

Ma quello americano non è un caso isolato. Visto che lo stesso trend si registra, sia pur con un’intensità relativamente minore, anche nel Vecchio Continente. Nel 2050, ad esempio, la popolazione della Svezia sarà per il 20%-30% composta da musulmani. Stiamo dunque nel bel mezzo di una nuova interdipendenza globale con popoli diversi da noi. Un evento che però molti percepiscono come una perdita della propria nazione, dei propri spazi esistenziali e della loro cultura. Ed è proprio tra i tanti che temono di sentirsi stranieri a casa propria che Trump e con lui tutti gli altri populisti del mondo mietono consensi usando lo stesso slogan che ha consentito ai referendari inglesi di portare alla vittoria Brexit: “take back control of our borders” (riprendiamoci il controllo delle nostre frontiere). Un’illusione, certo, che è però difficile battere e combattere solo con le fredde ragioni del Progresso. E, soprattutto, rifiutando di fare i conti con quello che rappresenta il vero paradosso del moderno pluralismo: come creare una democrazia multiculturale di massa nella quale anche coloro cui la vita non ha concesso di sfiorare neppure da lontano il Cosmopolitismo si possano sentire a casa propria. Insomma, come in casi del genere dicevano i latini, hic Rodus, hic salta.  

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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