Il rancore degli americani precede Trump

Sostenere che il devastante assalto di Capitol Hill è tutta e solo colpa dell’avventurismo di Trump e dei suoi fanatici accoliti è solo parte di una verità assai più complicata. Di fronte a tanta sconsiderata violenza non basta certo alzare il dito accusatore. Né denunciare come giustificazionista chi riflette sulle ragioni di un rancore sociale le cui radici risalgono a prima dell’avvento del trumpismo.

Infatti, spiega Thomas B. Edsall sul New York Times del 13 gennaio scorso: “a partire dagli anni 70 si evidenzia tra i meno istruiti, in parallelo con una diminuzione dei salari, anche un forte calo percentuale dei matrimoni con partner in possesso di un più elevato grado di scolarizzazione”. Una verità ribadita da Carol Graham e Sergio Pinto sulle pagine del Brookings Paper 2020: “ la disperazione - associata da un maggiore tasso di mortalità - è più diffusa tra i bianchi meno istruiti e presenta un tasso più elevato rispetto a quella mediamente accertata tra gli appartenenti alle minoranze etniche”.

D’altra parte per accorgersi che nel cuore del gigante americano covava la rabbia non bisognava certo attendere l’invasione dei corridoi del Congresso da parte di Jack Angeli travestito da sciamano con le corna. Sarebbe infatti bastato prestare attenzione alle preveggenti pagine dell’Elegia Americana di J. D. Vance. Un bellissimo e commovente romanzo sulla disperante condizione di vita degli Hillbilly della Virginia. O a quelle ancor più strazianti scritte da Stephen Markley sulle vite senza futuro dei giovani sbandati dei paesini dell’Ohio de-industrializzato. Pezzi di società passati dalla parte della conservazione semplicemente perché soli e abbandonati a sé stessi. E quindi condannati, non solo per colpa loro, a ripercorrere gli stessi sentieri che, mutatis mutandis, aveva spinto i soldati italiani della Prima Grande Guerra nelle braccia del fascismo. O i piccolo borghesi tedeschi impoveriti dalla crisi di Weimar nelle feroci falangi del regime hitleriano. Ma i problemi non finiscono qui.

Quello americano, infatti, è l’ultimo e più allarmante capitolo di una crisi più generale che scuote ormai da tempo tutte le società democratiche dell’Occidente. Trump è venuto non prima ma dopo che in una notte del lontano giugno 2016 gli inglesi avevano deciso, cogliendo di contro piede le cancellerie di mezzo mondo, di votare Brexit. Così come Brexit non è venuta prima ma dopo che nel 2005 i cittadini di Francia ed Olanda avevano, primi fra tutti e contro le indicazioni dei loro stessi governanti, detto no alla nuova Costituzione dell’Unione Europea. Eventi che pur se espressione di storie nazionali e di contesti istituzionali tra loro assai diversi sono tutti figli di un disorientamento e di un malessere di cui il montante populismo dei nostri tempi più che la causa ne è la prova.

La verità è che per oltre 70 anni, dopo la fine della guerra, le istituzioni democratiche dell’Occidente hanno guadagnato ed ottenuto consenso promettendo e dando benessere. Esaltando tutto ciò che sapeva di performance ma badando poco, fino ad essiccarli, ai valori. Pur di fare andare avanti l’economia si sono mollati gli ormeggi della società. Un mondo oggi per molti al tramonto e che li spinge a chiedersi: io chi sono? Quale è la mia comunità di appartenenza? Che futuro avranno i miei figli?

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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