Il sogno americano nasconde un segreto

Oggi è più facile comprendere perché il sogno americano continua a mantenere da secoli per gli immigrati la stessa forza d’attrazione. Chiamando a sé, anche dai più reconditi angoli del Pianeta, milioni di uomini, donne e bambini alla ricerca di una vita migliore. Grazie ai risultati di un recentissimo studio condotto da tre prestigiose università (Princeton, Stanford e UC Davis) che ha avuto una vasta eco sulle pagine del New York Times. [1]Dal quale emerge, dati alla mano, come e perché l’immigrazione negli USA non abbia mai smesso di essere una sorta di fonte inesauribile di opportunità per chi cerca con il suo lavoro di migliorare la sua posizione socio-economica.

La ricerca, che si estende su un arco temporale di oltre un secolo, dal 1880 ai giorni nostri, dimostra, in maniera incontrovertibile, che i figli degli immigrati poveri hanno avuto e continuano ad avere, in media, performance di riuscita nello studio come nel lavoro superiori a quelle dei figli delle famiglie povere autoctone. Mentre nel secolo scorso l’ascesa sociale ha “premiato” soprattutto le seconde generazioni di immigrati europei (italiani, irlandesi, finlandesi, tedeschi ecc.), oggi quello stesso successo è appannaggio dei figli nati sul territorio americano da povere famiglie immigrate latinos. Tutti, nelle loro rispettive epoche, hanno goduto di una mobilità sociale che è invece assai più bassa tra la progenie delle famiglie povere d’America. In primis quelle degli afroamericani. Se il sogno americano è quello di consentire ai poveri di assicurare ai figli una vita migliore della loro, ebbene, a parità di condizioni di partenza, sono riusciti a realizzarlo molto di più gli immigrati che gli yankee. Inoltre i risultati di questa ricerca, come giustamente fa notare il NYT, sembrano voler smentire la fondatezza di uno degli argomenti centrali dell’aspro scontro sull’immigrazione che da mesi infuoca la politica statunitense.

L’azione dell’amministrazione Trump, infatti, è volta soprattutto ad aprire le porte agli immigrati ricchi e qualificati, sostenendo che il Paese non può permettersi di accogliere le famiglie povere (soprattutto centroamericane) perché andrebbero a gravare sui programmi pubblici di assistenza sociale. Lo studio dimostra, invece, che la prospettiva a breve termine dei politici sottovaluta i benefici all’economia del Paese che arrivano dalle seconde generazioni. Così come è errato pensare che gli immigrati di oggi, che arrivano prevalentemente dall’America Latina e dall’Asia, hanno meno probabilità di integrarsi nel tessuto sociale ed economico rispetto alle precedenti ondate di poveri che arrivavano dall’Europa. Infatti secondo i dati pubblicati dalla ricerca emerge che tra gli immigrati che meno si sono integrati figurano, a sorpresa, i norvegesi. Che ironia della sorte Trump ha invece indicato come modello di immigrati da “importare”.