Il sogno di molti immigrati in Libia non è l’Europa

Nell’esercito degli immigrati bloccati dai libici, c’è una componente che pochi conoscono e di cui nessuno parla. Fatta da quelli che non sognano l’Europa e vogliono solo tornare a casa ma non hanno i mezzi per farlo. Sono migliaia, per lo più provenienti dell’Africa sub-sahariana, che per anni hanno lavorato nel settore dell’edilizia e del petrolio libico, e che all’indomani della morte di Gheddafi si sono ritrovati senza arte né parte. Su questo popolo di invisibili, che mai conquista gli onori della cronaca, abbiamo chiesto lumi a Eugenio Ambrosi, Direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM), che in collaborazione con l’UNHCR lavora per aiutare queste persone a uscire dal cul de sac libico.

Qual è la situazione in Libia oggi?

Il paese è instabile, fragile e insicuro. A farne le spese sono soprattutto gli immigrati, gli sfollati interni e molti cittadini comuni libici. Insieme alle Nazioni Unite e alle autorità locali, lavoriamo ogni giorno per garantire loro assistenza e protezione. La sfida principale in questa fase è rendere più stabile il Sud della Libia.

È vero che in Libia moltissimi immigrati, anziché l’Europa, sognano di tornare in patria ma non hanno la disponibilità economica per farlo?

Assolutamente sì. Tant’è che il programma dell’OIM sui rimpatri volontari è stato esteso per rispondere alla mole di richieste d’aiuto da parte degli immigrati per organizzare e sostenere i costi del viaggio di ritorno dalla Libia al paese di origine. Spesso con le difficoltà economiche affrontano anche quelle burocratiche. Molti immigrati, soprattutto quelli residenti nelle aree rurali libiche, non riescono, infatti, a mettersi in contatto con le proprie Ambasciate in Libia per ottenere i documenti di cui hanno bisogno per il rimpatrio. È per questa ragione che l’OIM ha da poco lanciato un “Consolato online” che speriamo possa velocizzare le procedure di rilascio dei documenti di viaggio.

Quanti immigrati sono stati coinvolti fino a oggi nel vostro programma di rimpatrio?

Dall’inizio del 2017 ne abbiamo aiutati 8.100 provenienti da ventiquattro diversi paesi. L’obiettivo è raggiungere quota 12.000 entro la fine del 2017. Riceviamo in media fino a 500 richieste a settimana. Per questo abbiamo già deciso di estendere il nostro programma sui rimpatri volontari.

Cos’è cambiato per l’OIM dopo il Vertice sull’immigrazione di Parigi che lo scorso 28 agosto ha visto intorno alla stesso tavolo leader europei e africani?

Ha dato un forte appoggio politico a un complesso di attività e iniziative che l’OIM ha già messo in atto grazie ai generosi finanziamenti dell’UE e degli stati che ne fanno parte. Ma non solo. A questo va aggiunto, come si legge nelle conclusioni del Summit, la promessa di sostenere il lavoro dell’OIM in Libia per costruire infrastrutture dignitose per rifugiati e immigrati e sperimentare forme di assistenza alternative alla detenzione nei tradizionali centri di accoglienza.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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