Il telelavoro spiazza la domanda di immigrati

Mesi addietro avevamo preconizzato, senza però disporre delle necessarie evidenze scientifiche, che la pandemia da Covid-19, oltre a tanti altri danni, avrebbe anche messo in crisi l’ultradecennale e, tutto sommato fortunato ménage di coppia tra l’immigrazione e la globalizzazione. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. In particolare nel settore del commercio e dei servizi pubblici e privati delle grandi città. Nelle moderne metropoli, infatti, fino a prima della pandemia, grande parte della domanda di nuovi lavori ha per anni riguardato, in parallelo a quelli a più alta professionalità, quelli assai poco qualificati degli addetti ai servizi di “accudimento” dei primi: lavoro domestico, ristoranti, alberghi, centri benessere, palestre, imprese di pulizie etc. Svolti nella maggioranza dei casi da braccia straniere. Ed è proprio su questo mondo del lavoro che il Covid-19 sembra essere piombato come l’Angelo della Morte.

Basta leggere, al riguardo, l’interessantissimo saggio di due economisti del Massachusetts Institute of Technology: David Autor e Elisabeth Reynolds. Che a luglio scorso, nell’ambito del Hamilton Project, hanno pubblicato  “The Nature of Work After the Covid Crisis: Too Few Low-Wage Jobs”. Secondo i quali, come si intuisce dal titolo stesso della ricerca, una delle principali conseguenze dell’“innovazione distruttrice” della diffusione del telelavoro imposto dalla pandemia determinerà la massiccia soppressione dei lavori meno retribuiti delle qualifiche più basse. Una previsione che anche se formulata riguardo al mercato del lavoro USA riteniamo valga anche per tutti gli altri delle nazioni maggiormente industrializzate. La minaccia del Covid-19 ha infatti obbligato in tutto il mondo milioni di liberi professionisti e di lavoratori dipendenti, in maggioranza colletti bianchi, dell’industria, della finanza, dei media e delle pubbliche amministrazioni, nel caotico esperimento (tutt’altro che concluso) del lavoro da casa. E per costoro vivere e lavorare da casa anziché, come in passato, fuori casa ha come prima, immediata conseguenza quella di fare in proprio e di rinunciare, in parte o in toto, ai lavori in precedenza delegati, per mancanza di tempo o per convenienza economica, ad altri.

Per la semplice ragione che grazie al telelavoro anche il professionista più impegnato non ha più bisogno, come invece aveva prima, di assumere un “tutto fare” che oltre a fargli da autista tra una riunione, un pranzo di lavoro e un salto in palestra garantiva l’innaffiamento del giardino. Ed una donna occupata a tempo pieno per le stesse ragioni oggi stando a casa può rispetto al passato fare a meno della nanny immigrata che fino a ieri mentre lei era obbligata in ufficio garantiva il riordino della casa, l’accoglienza dei figli dopo la scuola e la preparazione del loro pasto serale.

Il telelavoro è una forma di automazione del mercato del lavoro che, come affermano gli autori della su menzionata ricerca, determina: “ a steep declines in demand for building, demand for building cleaning, security, maintenance serivice, hotel workers and restaurant staff, taxi and ride-hailing drivers, miryriad of other workers who feed, transport, clothe, entartain and shelter people when they are not in their own homes”. Un’ area del mondo del lavoro a basso salario enorme. A solo titolo indicativo basta ricordare che negli Stati Uniti essa riguarda, secondo i dati ante crisi del Bureau of Labor, più di 30 milioni di individui. Molti, moltissimi dei quali immigrati. Una mannaia che per l’immigrazione è resa se possibile ancor più devastante dal fatto che “Covid-induced changes in work patterns will alter the character of cities…[that].. have seen steep gain in racial and ethnic diversity …the post pandemic economy will see a partial reversal of these trends”.