Immigrati: i meno poveri dei poveri

Nell’editoriale della scorsa settimana dedicato ai dati pubblicati dall’OCSE nel suo recentissimo International Migration Outlook 2020 abbiamo affrontato il tema della colossale contrazione dei flussi migratori internazionali legata alla drammatica recessione economica indotta dalla pandemia su scala mondiale. Nei primi sei mesi 2020 i flussi migratori mondiali sono infatti diminuiti, rispetto allo stesso periodo del 2019, del 46%. Un crollo di proporzioni mai registrato in passato che, secondo le proiezioni dell’istituto parigino, potrebbe addirittura raddoppiare entro la fine dell’anno.

Dati che testimoniano non una semplice frenata ma una vera e propria inversione di rotta rispetto ai trend migratori degli ultimi decenni. Al punto che secondo gli studiosi dell’OCE “mobility not to return to previous levels for some time to come”. Cosa che non solo testimonia la fine, da vedere se definitiva, del complicato ma tutto sommato felice ménage che per decenni ha legato l’immigrazione alla globalizzazione dell’economia. Basato, in via generale, sulla “esportazione” delle produzioni a minor valore aggiunto dai paesi industrializzati verso quelli con regimi salariali inferiori. E, all’opposto, sulla “importazione” dai secondi ai primi di immigrati a basso costo. Ma soprattutto chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio che per l’immigrazione economica, quindi al netto di quella dei profughi e dei rifugiati, è la domanda e l’offerta del mercato e non la povertà assoluta e la sovra popolazione mondiali, come invece molti si ostinano a ripetere, il vero “primo mobile” dell’immigrazione contemporanea. Poiché quanto da noi affermato in merito alla povertà assoluta ed alla sovra popolazione non ha convinto alcuni nostri lettori è doveroso, per evitare di continuare a non capirci, cercare di fare chiarezza spendendo, al riguardo, qualche parola in più.

La povertà assoluta. Stabilito una volta per tutte che nessuno lascia casa e famiglia per piacere ma perché cerca e spera con l’emigrazione/immigrazione di migliorare una condizione materiale ed esistenziale ritenuta non soddisfacente, il vero punto da chiarire è perché, se davvero la causa di tutto fosse la povertà assoluta, la maggioranza di quelli che partono non sono i più poveri dei poveri. Ma quelli che, rispetto ai tanti che restano, possiedono oltre ad un di più di risorse economico-finanziarie anche capacità professionali, mentali e relazionali che rappresentano il “capitale” necessario per concepire prima ancora che tentare un passo per altri proibitivo. Tanto è vero che, dicono M. Clemens e H. Postel del Center for Global Development: “l’emigrazione è maggiore dai paesi che sulla scala della distribuzione della ricchezza mondiale si collocano ai ranghi medio alti di quella dei paesi poveri. Le nazioni con un reddito medio tra $8000/10000 hanno un’emigrazione 3 volte superiore di quella dei paesi con un reddito medio pari o inferiore a $2000.” Per costoro l’emigrazione/immigrazione rappresenta una risk management strategy delle opportunità fornite dal mercato. E se queste vengono meno, come oggi a causa della pandemia, preferiscono non rischiare rinviando la partenza ad un domani migliore. La maggioranza di quelli che emigrano lo fanno non perché versano in condizioni di povertà estrema. Ma perché andando all’estero sperano di ottenere dalle risorse di cui dispongono un “dividendo” maggiore di quello che viene loro riconosciuto in patria. Una verità che non vale solo per i flussi migratori contemporanei ma anche per quelli del passato meno recente. Basta leggere al riguardo quanto sostiene M. Clemens nel Technical Paper No. 2017/8 delle Nazioni Unite titolato Migration is a Form of Development: “Mass emigration from Sweden, for instance, began as Sweden began its take off into modern economic growth around 1870….the departure of Swedes was a sign that economic development had taken off in once-poor Sweden”.

La sovra popolazione. L’immigrazione economica come tutti i fenomeni guidati dalla “mano invisibile” del mercato procede lungo un ideale asse di equilibrio fissato, di volta in volta, dalle convenienze dei suoi attori. Per questo è tutto meno che un semplice travaso demografico dalle nazioni dove gli esseri umani sono troppi in quelle dove sono troppo pochi. Tanto è vero, affermano A.Golini, C.Bonifazi, A.Righi tre studiosi dell’insigne scuola demografica italiana, le terre di maggiore emigrazione non sono quelle dove si fanno più figli bensì quelle che hanno raggiunto, in parallelo con lo sviluppo, anche una accettabile transizione demografica. Ecco perché i flussi migratori internazionali nella loro regolarità direzionale smentiscono alla radice l’ideologia neo malthusiana secondo cui l’emigrazione/immigrazione rappresenta la valvola di sfogo per la sovrappopolazione del Pianeta.

Per concludere. Ritenere l’immigrazione figlia della necessità imposta dalla povertà assoluta e dalla sovra popolazione non è solo una svista cognitiva ma anche pratica. Visto che se esse fossero davvero il primo mobile dell’immigrazione sarebbe impossibile non solo praticare ma persino immaginare qualsiasi strategia atta alla sua gestione.