Una soluzione nuova per l’emergenza immigrazione

Per combattere l’immigrazione irregolare, oltre alle espulsioni e alle sanatorie di massa c’è anche una Terza Via. È il Rimpatrio Volontario Assistito (RVA). Ma come si fa a convincere chi ha investito un patrimonio e rischiato la vita per arrivare in Europa, a fare marcia indietro? Lo abbiamo chiesto a Salvatore Ippolito, già funzionario UNHCR, oggi coordinatore di uno dei più importanti progetti mai finanziati dal Ministero degli Interni per incentivare l’RVA in Italia.         

Domanda: Che cos'è, chi e come organizza un rimpatrio volontario?

Risposta: La decisione di un individuo di mettere fine al suo progetto migratorio spesso è legata alla presa d’atto del suo fallimento. La promozione di ritorni volontari da parte istituzionale con un’offerta economica per la reintegrazione e la copertura delle spese di viaggio é un riconoscimento della legittimità del progetto migratorio e offre ai beneficiari uno spiraglio di inclusione e integrazione nel paese d’origine. Il Fondo Europeo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) europeo cofinanzia i progetti RVA degli stati membri che, a loro volta, ne stabiliscono portata e durata.  
In linea generale funzionano così. Una rete di operatori pubblicizza il progetto tra gli immigrati, intervista i potenziali interessati, accerta la volontarietà della richiesta,  costruisce con il richiedente un Piano Individuale di Reintegrazione (PIR) nei paesi di provenienza, mette insieme la  documentazione necessaria per il viaggio, procede all’acquisto dei biglietti e lo accompagna in aeroporto al controllo di frontiera. All’arrivo in madrepatria un agente territoriale legato al progetto RVA si occuperà della messa in opera del PIR.

D: A livello europeo quali sono i paesi che più ricorrono a questo strumento?

R: Quelli dell’Europa del Nord che, a differenza dell’Italia, lo hanno preferito alle sanatorie come strumento di lotta all’immigrazione irregolare. In passato gli RVA hanno avuto un ruolo marginale nelle politiche migratorie europee. Oggi, invece, dopo gli ultimi tre anni di emergenza immigrazione, hanno acquisito una maggiore centralità. A titolo esemplificativo, ricordo ad esempio che nel 2016 circa 60 mila migranti in Germania e 16 mila in Svezia hanno aderito a questi programmi.

D: Quali sono i dati e la normativa di riferimento in Italia?

R: In Italia il programma di ritorno volontario è regolato dal Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione del Ministero degli Interni. Possono aderire i cittadini di stati Terzi con permesso di soggiorno o irregolari e richiedenti asilo. Il rimpatrio prevede la cessazione del permesso di soggiorno e il ritiro della domanda d’asilo. Il Ministero degli Interni ha da poco finanziato, con 12.800 milioni di euro, uno dei più grandi progetti italiani di sempre, proposto da cinque organizzazioni (IOM, CIES, CIR, GUS, Comune di Giuliano) per l’esecuzione, tra il 2016 e il 2018, di 3.200 RVA. 

D: Sulla base dei dati a sua disposizione qual è il profilo-tipo (nazionalità, genere etc) dell'immigrato che dice sì al rimpatrio volontario?

R: Immigrati illegali di recente ingresso in Italia e richiedenti asilo ospiti nei centri di prima accoglienza. In maggioranza originari dell’Africa occidentale (Nigeria, Costa d’Avorio, Senegal, Ghana etc). Una parte consistente manifesta segni di  disagio psichico e depressivo, causati dal fallimento del progetto migratorio.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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