Immigrazione, primo vero grattacapo per Johnson

Finiti i festeggiamenti, per i Brexiter è l’ora della verità. Soprattutto sull’immigrazione. Spetterà in particolare al Premier inglese Boris Johnson l’onere di dimostrare, come ha più volte sostenuto, che fuori dall’UE per la Gran Bretagna sarà più semplice controllare i propri confini e selezionare all’ingresso i buoni dai cattivi immigrati. Che tradotto significa: porte aperte ai cervelli e chiuse alle braccia straniere.

Nell’attesa di capire se e come l’istrionico leader britannico riuscirà a realizzare il sogno che è stato di molti politici (De Gaulle docet) prendiamo atto che secondo un rapporto del Parlamento di Sua Maestà la sua sarà un’impresa assai complessa se non impossibile. Il dettagliato documento redatto e appena pubblicato dai deputati di Westminster segnala infatti due non trascurabili ostacoli sui quali potrebbe infrangersi il progetto del Primo Ministro: attirare the brightest and the best e lasciare fuori gli immigrati unskilled dei Paesi Terzi.

Il primo: per accaparrarsi i migliori talenti internazionali servono norme e burocrazia snelle, tarate sulle esigenze del mercato occupazionale tali da non scoraggiare professionisti che non apprezzando cavilli e tempi lunghi sono pronti a scegliere, a condizioni migliori, altri lidi. Peccato che la normativa vigente va in tutt’altra direzione. Perché è vero che prevede visti agevolati per gli immigrati altamente qualificati. Ma non tiene affatto conto del rapporto esistente tra domanda e offerta di lavoro relative a una specifica professione. Questo vuol dire, solo per fare un esempio, che un ingegnere indiano che decide di trasferirsi Oltremanica può perdere più di qualche mese per trovare un impiego. Problema non da poco perché, si legge nel report parlamentare:“highly qualified research scientists, computer programmers and mathematicians do not usually switch countries without a job lined up”. Ma anche se Boris Johnson, con tutte le difficoltà del caso, riuscisse a modificare la normativa vigente si ritroverebbe solo a metà dell’opera. Dovrebbe, infatti, fare i conti con le richieste di manodopera straniera a basso costo che arrivano dagli imprenditori inglesi, soprattutto nei settori agricolo, edile, socio-sanitario e turistico.

Sta qui il secondo ostacolo. Per soddisfare questa domanda di braccia immigrate, Boris Johnson dovrebbe non solo smentire le sue promesse (no all’idraulico polacco, etc.), ma ridisegnare la normativa britannica secondo una logica opposta a quella che riguarda i super qualificati. Contrariamente a questi ultimi, infatti, i lavoratori poco qualificati difficilmente riescono ad avere un lavoro prima dell’ingresso nel paese ospitante (chi assume una baby-sitter senza averla mai guardate negli occhi?). Ma se il Premier inglese dovesse trovare la quadra anche su questo punto, si ritroverebbe tra le mani un’altra patate bollente: il malessere sociale dei lavoratori autoctoni poco qualificati che subiscono la concorrenza al ribasso di coloro che con le medesime competenze arrivano dall’estero. E che, vale la pena ricordarlo, sono quelli che hanno votato in massa per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Insomma, un rebus. Resta da vedere se anche in questo caso il fantasioso Boris Johnson riuscirà a tirare fuori il coniglio dal cappello ?