La democrazia in America traballa

L’America fa davvero paura. La gravissima (e perdente) sedizione antiparlamentare messa in atto ieri dalle falangi del trumpismo estremo non rappresenta, infatti, l’unico problema con cui è chiamata a fare i conti la traballante democrazia d’oltre Atlantico. Come testimoniano i contraddittori e per molti aspetti inattesi risultati emersi dalle urne delle presidenziali di novembre. Che se da una parte hanno consentito ai democratici di sfrattare Donald Trump dalla Casa Bianca. Hanno però dall’altra confermato una loro preoccupante distanza dal “paese reale”.

Tanto è vero che la conquista da parte di Joe Biden della maggioranza dei consensi popolari non si è tradotta in un parallelo rafforzamento parlamentare del suo partito. Un paradosso sintetizzato come meglio non si poteva dall’editoriale pubblicato il 27 novembre dal maggiore quotidiano statunitense secondo cui: “Joe Biden ha conquistato l’inaspettato e non voluto record storico di avere dalla sua il 51% del consenso popolare e, contemporaneamente, assistere alla pesantissima sconfitta dei suoi   alla Camera dei Rappresentanti”. Dove il partito del Presidente, pur restando in maggioranza, ha perduto 10 dei 232 seggi conquistati nelle midterm elections di due anni prima. Mentre i repubblicani, cosa non meno sorprendente, nonostante la sconfitta del loro leader, hanno accresciuto la loro rappresentanza passata da 197 a 210 unità.

Che un Presidente o un Presidente-eletto (quale è al momento Biden) raggiunga il 51% del voto popolare e, contemporaneamente, si riduca il numero dei deputati del suo partito è un evento a dir poco inusuale per la storia politica americana. Nei cui annali, per trovare una “anomalia” politica paragonabile all’attuale, bisogna risalire alle elezioni presidenziali del lontano 1896. Quando il partito repubblicano di William McKinley, indicato come presidente da una schiacciante maggioranza degli elettori, perse però ben 48 deputati. Ma i problemi degli uomini dell’asinello non finiscono qui.

Per la semplice ragione che per i democratici il voto di novembre, oltre ai guai di cui sopra, ha confermato che il tasso di adesione dell’elettorato immigrato è assai inferiore a quello che molti di loro, con ingiustificata sicurezza, davano invece quasi per scontato. Come testimonia la assai ben documentata indagine pubblicata da Weiyi Cai e Ford Fessenden sul New York Times dello scorso 20 dicembre con il titolo: “Immigrant Neighborhoods Shifted Red as the Country Chose Blue”. Secondo la quale: "nelle ultime elezioni presidenziali i collegi elettorali dove è più massiccia la presenza di residenti di origine latina o asiatica, compresi quelli con un’elevata incidenza di popolazione immigrata, hanno evidenziato un tratto comune : aumento della partecipazione elettorale e un significativo spostamento a destra….Per cui anche se Trump ha perso voti nelle aree tradizionalmente repubblicane e tra i bianchi delle grandi città -cosa che ne ha determinato la sconfitta- ha invece sicuramente guadagnato voti nei quartieri dove vivono gli immigrati”.

Problema non da poco. Visto che, ha acutamente osservato Roberto Suro della University of Southern California, “se l’aumento della partecipazione elettorale degli immigrati va a vantaggio dei repubblicani, beh vuol dire che andrà a farsi friggere la convinzione che oggi va per la maggiore tra i liberal sulle (per loro) positive conseguenze politiche del cambiamento demografico”.