In Italia per l’immigrazione ci vuole il modulo 2-3-4

Visto quello che succede in giro nel mondo non bisogna essere dei grandi profeti per immaginare che anche da noi l’immigrazione sarà centrale nell’ormai prossima competizione elettorale. Ed un banco di prova, difficile ma non impossibile, per un programma elettorale riformista al passo con l’Europa e, soprattutto, con i tempi. Per il quale, ricorrendo ad una formula di tipo calcistico, suggerirei di adottare lo schema del 2-3-4. Di che si tratta?. E’ presto detto.

2. Osservazioni preliminari

a) sul piano elettorale l’immigrazione non premia o premia poco, ma punisce molto. Per la semplice ragione che se è vero che su questo tema le elezioni a sinistra non si vincono, è ancor più vero che si perdono. Una verità che impone di mettere da parte rigidità ideologiche e, vista anche l’aria che tira, capire che le paure ed il rifiuto di molti nei confronti degli immigrati non vanno bollati come una colpa ma, al contrario, affrontati come un problema. Di cui farsi carico e, nella misura del possibile, lenire con opportuni rimedi. Visto che in politica i sentimenti contano, eccome contano!, di fronte ai tanti che, a torto o a ragione, a causa dell’immigrazione si sentono o si lasciano convincere di essere stranieri a casa loro, una cosa è sicuramente vietata: fare spallucce ripetendo che è colpa loro se non capiscono.

b) la migliore politica dell’immigrazione è quella che fa meno errori delle altre. Detto in altri termini: l’esperienza italiana e di molti altri paesi dimostra che, data la natura del problema, mutevole ed in continua, sistematica evoluzione, non esiste una ricetta unica e perfetta in assoluto. Ma, forse, solo una relativamente più efficace. Che sulla base del buon senso (non del senso comune!), è in grado di autocorregersi facendo tesoro, nel futuro, degli errori commessi nel passato.

3. considerazioni di metodo

a) accantonare la logica per la quale le leggi sull’immigrazione si fanno per annullare, dalla a alla z, quelle precedenti ( del tipo: azzeriamo la Turco-Napolitano con la Bossi-Fini che oggi, per ritorsione, va buttata a mare). Perché forse serve a fare propaganda ma non a migliorare il governo dell’immigrazione. Questo non vuole dire, come vedremo più avanti, che ciò che è scritto nel Libro della Legge non abbisogni di essere aggiornato o, in alcune parti, radicalmente riscritto. Ma che l’ésprit de loi dei nuovi interventi normativi non può e non deve più essere ispirato dall’idea “cambiamo tutto e ricominciamo da capo”. Per l’unica e semplice ragione che la normativa italiana sull’immigrazione, iniziata trent’ anni fa con la Martelli, costituisce, nel bene e nel male, un patrimonio ormai consolidato che si può modificare ma non cancellare. Di qui la convinzione ed il suggerimento che le eventuali, future modifiche siano limitate e chirurgicamente mirate alla modifica delle parti la cui applicazione si dimostra essere inadeguata se non sbagliata.

b) accantonare il dominus della nostra politica immigratoria: la sanatoria erga omnes. Meglio le sanatorie erga omnes. Una anomalia tutta nazionale. Per il numero (nell’arco di vent’anni ne sono state fatte sei). Per la massa di coloro che ne hanno usufruito, (quasi la metà degli attuali immigrati regolarmente residenti in Italia sono “ex sanati”). Ma, ecco l’aspetto forse più inquietante, per il fatto che ad esse hanno fatto indifferentemente ricorso esecutivi di centro-sinistra, di centro-destra e persino quelli cosiddetti tecnici. Con la piccola ma significativa aggiunta che la sanatoria in assoluto più massiccia è quella fatta, all’opposto di quanto molti credono e ripetono, non da un governo di centro-sinistra ma da uno di centro-destra nel 2002.

c) accantonare l’abitudine di ripetere che “l’immigrazione è una risorsa” senza domandarsi perché e a favore di chi. Sta qui il cuore del problema visto che ci sarà pure una ragione per la quale mentre l’economia "li vuole la società no". Una schizofrenia sistemica in grande parte prodotta, come avviene nei processi di modernizzazione, dal fatto che l’immigrazione è causa di ansia e, al contempo, fonte di nuova ricchezza. Mentre la somma dei suoi fattori dà un risultato positivo, la sua ripartizione è però ineguale. Premia alcuni e penalizza altri. C’è che vince e c’è chi perde. Non solo economicamente ma, cosa ancor più grave, esistenzialmente. Vale forse tornare a ricordare che l’ostilità di tanti nei confronti degli immigrati è solo in parte frutto di sentimenti xenofobi. Non c’è ideologia, per quanto diabolica, in grado di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali percepiti come minaccia e, perciò, rifiutati dalla società. Meglio, dai suoi settori più deboli.

4. interventi di merito

a) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché? La risposta la troviamo nelle pagine scritte da un magistrato, Paolo Borgna, che oltre a conoscere è chiamato, nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni, a fare i conti con questo problema: “la risposta carceraria alla clandestinità, che si tratti indifferentemente di una badante o di uno spacciatore, è un’illusione: una promessa irrealizzabile. L’esperienza ci insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini”.

b) modificare le norme degli ingressi per lavoro. In primo luogo perché si basano su un presupposto illogico: un datore di lavoro che sta in Italia deve assumere con richiesta nominativa qualcuno(a) che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Ma soprattutto perché sul mercato sono le imprese o le famiglie non la burocrazia pubblica che selezionano e pagano coloro di cui abbisognano. Un farraginoso meccanismo capace di produrre un doppio, negativo risultato: pretendere di fissare delle quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarmare la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene in grande parte soddisfatta solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

c) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Cosa non semplice data la tradizionale rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione per ogni cambiamento negli equilibri dei poteri e delle competenze ministeriali. Ma non rinviabile. Visto che il fenomeno migratorio, essendo una filiera, per essere governato richiederebbe un’ unità di comando e non, come avviene oggi, amministrazioni che se ne occupano spesso e volentieri come fossero “saparati in casa”.

d) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei piccoli immigrati. Mettendo fine alla accesa ma inconcludente discussione delle ultime settimane sullo jus soli sì, jus soli no, e consentire alla legislazione italiana di allinearsi finalmente con quelle in vigore nelle principali nazioni europee. In primo luogo perché è assurdo che un paese, capace di naturalizzare nel 2015 più immigrati (178mila) del Regno Unito (118mila), della Spagna (114mila), della Francia (113mila) e della Germania (110mila) non riesca a risolvere dignitosamente lo status civitatis dei figli degli immigrati così come hanno fatto altri. Ma soprattutto perché è ormai chiaro a tutti che il futuro sociale ed economico della questione immigrazione si gioca, in grande parte, sul grado e la qualità dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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