In Italia per l’immigrazione il 2-3-5 è meglio del 2-3-4

Vista l’aria che tira nel nostro Paese e le nuvole, poco rassicuranti, che si addensano sul post elezioni, non c’è bisogno di doti profetiche per prevedere sull’immigrazione uno scontro al calor bianco. Difficile da affrontare per chi in questi anni si è battuto al suo fianco. Ma non impossibile con un programma in linea con i tempi oltre che con l’Europa. Per il quale, ricorrendo ad una formula di tipo calcistico proporrei, differentemente dal modulo prudente 2-3-4 suggerito mesi addietro, un più offensivo 2-3-5. Così organizzato:

2.                           osservazioni preliminari
a) sul piano del consenso politico-elettorale l’immigrazione non premia o premia poco la sinistra, ma la punisce molto. Un handicap che le rigidità ideologiche non curano ma, se possibile, aggravano. Impedendo di capire che le paure ed il rifiuto di molti nei confronti degli immigrati non vanno bollati come una colpa ma, al contrario, affrontati come un problema. Di cui farsi carico e, nella misura del possibile, lenire con opportuni rimedi. Per la semplice ragione che l’immigrazione funziona, e viene usata, come un facile ma efficientissimo collante “simbolico” nella guerra per l’identità di chi si percepisce trascurato e messo ai margini. Non sempre o solo per ragioni economiche. Ma perché si considera voiceless, senza voce. Oppure scarsamente tutelato, e talvolta offeso, dal modo di fare delle istituzioni. Ragione per la quale, visto che in politica i sentimenti contano, eccome contano!, di fronte ai tanti che, a torto o a ragione, a causa dell’immigrazione si sentono o si lasciano convincere di essere stranieri a casa loro, alla sinistra una cosa è sicuramente vietata: fare spallucce ripetendo che è colpa loro se non capiscono. “ La paura”, ripeteva il grande filosofo americano Ralph W. Emerson, “ sconfigge più persone che ogni altra cosa al mondo”.

b) la migliore politica dell’immigrazione è quella che fa meno errori delle altre. L’esperienza italiana e di molti altri paesi dimostra infatti che, data la natura del problema, mutevole ed in continua, sistematica evoluzione, non esiste una ricetta unica e perfetta in assoluto. Ma, forse, solo una relativamente più efficace perché pronta e disposta ad auto-correggersi facendo tesoro, per il futuro, degli errori del passato. Che può consentire di venire a capo del paradosso per cui sull’immigrazione la destra dice che chiude ma il suo blocco economico-sociale di riferimento ne fa uso guadagnandoci. E al contrario la sinistra, che apre, perde il suo. Per l’ostinato, sciagurato rifiuto di affrontare la questione dei clandestini (come dimostrano i mal di pancia degli ultimi mesi nei confronti della “svolta” Minniti). Un errore che ricorda quello sindacale, parimenti suicida, dei lontani anni ’70 del Novecento sul salario variabile indipendente (anche se nessuno ha mai spiegato chiaramente da che fosse indipendente perché, forse, si trattava della cosa più difficile da smontare: il buon senso). Che in una materia difficile e delicata come l’immigrazione è, non meno del parlare chiaro, quello che chiedono in molti.

3.                       considerazioni di metodo
a) accantonare la logica per la quale le leggi sull’immigrazione si fanno per cancellare , dalla a alla z, quelle precedenti ( del tipo: azzeriamo la Turco-Napolitano con la Bossi-Fini che a sua volta , per ritorsione, va buttata a mare). Perché forse serve a fare propaganda ma non a migliorare il governo dell’immigrazione. Un errore sul quale è tornato ad insistere con forza su Le Monde dello scorso 15 gennaio il grande esperto Cris Beauchemin che, partendo dal caso francese ha detto : “Il est légitime pour un gouvernement de vouloir réguler les migrationsm mais l’inflation législative…est problematique….les lois se succédent sans que l’on se donne vraiment les moyennes d’evaluer leurs effets: d’une certaine façon le renouvellement perpétuel des lois signe l’échec des teste précédent. Ils sont sans doute davantage conçus comme signaux politiques que comme des instruments visant effectivement à miex réguler les migrations”.
Questo, ovviamente, non vuole dire che, come vedremo più avanti, ciò che è scritto nel Libro della Legge non abbisogni di essere aggiornato o, in alcune parti, radicalmente riscritto. Anzi. Ma che l’ésprit de loi dei nuovi interventi normativi non può e non deve più essere ispirato dall’idea “cambiamo tutto e ricominciamo da capo”. Per l’unica e semplice ragione che la normativa italiana sull’immigrazione, iniziata trent’ anni fa con la Martelli, costituisce, nel bene e nel male, un patrimonio ormai consolidato che si può modificare ma non cancellare. Di qui il suggerimento che i futuri interventi legislativi siano concepiti per sopperire ad eventuali carenze normative e per modificare, “chirurgicamente”, le parti di quelle precedenti dimostratesi, all’atto pratico, inadeguate, insufficienti oppure sbagliate.

b) accantonare il dominus storico della nostra politica immigratoria: la sanatoria erga omnes. Meglio, le sanatorie erga omnes. Una anomalia tutta nazionale. Per il loro numero (nell’arco di vent’anni ne sono state fatte sei). Per la massa di coloro che ne hanno usufruito (quasi la metà degli attuali immigrati regolarmente residenti in Italia sono “ex sanati”). Ma, qui l’aspetto forse più inquietante del problema, per il fatto che ad esse hanno fatto indifferentemente ricorso governi di centro-sinistra, di centro-destra e, persino, quelli cosiddetti tecnici. Vale qui forse la pena rammentare che la sanatoria in assoluto più massiccia è quella fatta, all’opposto di quanto molti credono e ripetono, non dal centro-sinistra ma dal centro-destra nel 2002.

c) accantonare l’abitudine di ripetere che “l’immigrazione è una risorsa” senza domandarsi perché e a favore di chi. Sta qui il cuore del problema visto che ci sarà pure una ragione per la quale mentre l’economia "li vuole la società no". Una schizofrenia sistemica in grande parte prodotta, come avviene nei processi di modernizzazione, dal fatto che l’immigrazione è causa di ansia e, al contempo, fonte di nuova ricchezza. Mentre la somma dei suoi fattori dà un risultato positivo, la sua ripartizione è però ineguale. Premia alcuni e penalizza altri. C’è che vince e c’è chi perde. Non solo economicamente ma, come in precedenza già sottolineato, esistenzialmente. Vale forse la pena tornare a ricordare che l’ostilità di tanti nei confronti degli immigrati è solo in parte frutto di sentimenti xenofobi. Non c’è ideologia, per quanto diabolica, in grado di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali percepiti come minaccia e, perciò, rifiutati dalla società. Meglio, dai suoi settori socialmente e culturalmente più deboli.

5.                                      interventi di merito
a) abrogare il reato penale di clandestinità. Perché, come ha ben chiarito il magistrato torinese Paolo Borgna da anni in prima fila nella lotta contro la tratta o lo sfruttamento degli esseri umani “ è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati. Per almeno due ragioni. La prima è che sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) gli stranieri fuori legge, anche se condannati, hanno diritto a restare. La seconda è che la maggioranza degli altri irregolari, nonostante si guadagnino la vita lavorando duramente, per paura di essere colpiti “dal reato” si nascondono. Finendo per ingrossare ulteriormente le fila della galassia clandestinità in cui i pesci grossi si muovono indisturbati. Una palude tanto ampia quanto intoccabile, a meno che non la si prosciughi. Sottraendole tutti i casi di irregolarità non collegati ad attività criminali o illecite. Se la nostra normativa e la nostra amministrazione fossero capaci di realizzare questo obbiettivo, l’80% del fenomeno della clandestinità sarebbe risolto. E polizia e magistrati potrebbero meglio occuparsi di reprimere il suo lato criminale. L’esperienza insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini”.

b) modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Inoltre poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte,soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità. Anche se cambiare può forse far tremare le vene ai polsi è obbligatorio, ormai, pensare e sperimentare strade alternative. Come, ad esempio, quella del rilascio, in paesi che abbia sottoscritto con l’Italia chiari e vincolanti accordi di riammissione dei propri nazionali, da parte dei nostri Consolati di visti temporanei (4-6 mesi) per ricerca di lavoro. Che, all’atto dell’emissione, rilevano con le foto segnaletiche le impronte degli stranieri che ne fanno richiesta. Un sistema che scoraggerebbe non poco coloro che una volta entrati commettono reati o che, non avendo trovato lavoro, restano oltre la scadenza dei termini consentiti. Perché la conoscenza certa dell’identità e della nazione di provenienza non sarà loro consentito, come invece oggi spesso avviene, utilizzare alias a catena per beffare le forze dell’ordine evitando di essere rimpatriati.

c) riorganizzare le strutture preposte al governo dell’immigrazione. Per nulla semplice data anche la ben nota rigidità della nostra struttura amministrativa e la sua storica avversione ai cambiamenti dei suoi storici equilibri di potere e delle relative, interne aree di competenza. Difficoltà che se sconsigliano di “sparare grosso” e, come qualcuno fa, proporre la creazione - non sbagliata ma irrealistica di un nuovo ministero dell’immigrazione - si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo un net work operativo di funzionari non solo specializzati ma stabilmente ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione. Insomma per fronteggiare e gestire un fenomeno a filiera, qual è appunto quello migratorio, servono maggiore specializzazione e più cooperazione inter-amministrativa. Per garantire l’una unità di comando spesso invocata ma che, troppo spesso, manca.

d) risolvere presto e bene la questione della cittadinanza dei piccoli immigrati. Con un modello misto ( jus temporis ) che sfruttando, con tutte le necessarie modifiche la legge ’91 del 1992, permetterebbe di superare l’accesa ma inconcludente discussione jus soli sì, jus soli no. Consentendo alla legislazione italiana di allinearsi, al riguardo, con quelle in vigore nelle principali nazioni europee. Non solo perché è veramente difficile da comprendere come sia possibile che l’Italia riesca a naturalizzare, come dimostrano gli ultimi dati disponibili risalenti al 2015, più immigrati (178mila) del Regno Unito (118mila), della Spagna (114mila), della Francia (113mila) e della Germania (110mila) ma non riesca a risolvere dignitosamente lo status civitatis dei figli degli immigrati così come hanno fatto altri. Ma soprattutto perché è ormai chiaro a tutti che il futuro sociale ed economico della questione immigrazione si gioca, in grande parte, sul grado e la qualità dell’integrazione degli immigrati di seconda generazione.

e) mettere mano alla più urgente e dolente delle questioni: i rifugiati e i richiedenti asilo. Che finalmente, ed autorevolmente, si è capito che non può e non deve essere gestita passando da un’emergenza all’altra. Perché, come ha dimostrato il cataclisma degli ultimi anni, rischia di trasformarsi in una micidiale bomba ad orologeria capace di fare molti, moltissimi danni collaterali e non. Ora se è vero che ci sono aspetti del problema, come ad esempio quello delle norme fissate dal regolamento di Dublino, che vanno affrontati, e se possibile risolti, a livello europeo. E’ pure vero che questo non può rappresentare un alibi per rinviare e non fare quello che ci tocca. Visto che l’Italia non ha ancora, nonostante l’impegno parlamentare preso vent’anni fa al momento del varo della Turco-Napolitano, una legge organica sull’asilo. Sulla quale, facendo tesoro dell’esperienza di altri paesi e chiamando a raccolta i saperi e le conoscenze che nel nostro paese certo non mancano, è ora di cominciare a discutere. Perché, prima o poi, chiunque sarà al governo dovrà pur decidere come comportarsi e trovare una soluzione per i tanti cui il diniego del riconoscimento dello status non impedisce di continuare a restare, anche se irregolarmente, sul nostro territorio. E anche con quelli che se pur ce l’hanno fatta, ottenendo il sospirato permesso, è difficile, anzi improbabile, che torneranno, finita l’emergenza, a casa loro. Ma che non possiamo pensare di continuare ad assistere lasciandoli “a zonzo”. Non fosse altro cambiando le norme, concepite in tempi lontani come la preistoria, che attualmente impediscono loro di lavorare.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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