Ius soli, ius sanguinis: una contrapposizione da superare

Da oggi l’Italia ha due nuovi cittadini ma un vecchio, irrisolto problema. I primi sono Rami Shehata e Adam El Hamami. Che pur essendo minorenni hanno, in via eccezionale, appena ottenuto la cittadinanza italiana come premio per aver consentito una settimana fa ai carabinieri di intercettare il loro pullman dirottato da Ousseynou Sy, con l’intenzione di fare una strage.

Il secondo, cioè l’annoso grattacapo da risolvere, riguarda migliaia di figli di immigrati nati in Italia che, proprio come Rami e Adam, se la sorte non li trasforma in eroi per un giorno, per ottenere la cittadinanza italiana devono aspettare, dimostrando di aver vissuto ininterrottamente nel nostro paese, il compimento della maggiore età. Così prevede la legge vigente in Italia (n.91. del 1992), improntata sul princìpio dello ius sanguinis, che confina in una sorta di limbo giuridico un vero e proprio esercito di nuovi potenziali cittadini.

Per trovare una soluzione a questo problema, nella passata legislatura era stata proposta, ma non approvata, una norma per l’introduzione dello ius soli che ai nati in Italia avrebbe consentito, sub condicione, l’automatica concessione della cittadinanza.

All’epoca, come oggi, l’infuocato dibattito tra i pro e contro lo jus soli fece perdere di vista un dettaglio non da poco. E, cioè, che entrambi i modelli (jus sanguinis e jus soli) pari sono. Sia l’uno che l’altro sono discriminatori. Perché lasciano che sia la sorte a stabilire chi può essere cittadino e chi no. Nel primo caso tutto dipende da chi nasci. Nel secondo dal dove.

È per queste ragioni che se diamo uno sguardo oltre i rissosi confini patri, scopriamo che nel mondo occidentale vi è una generale tendenza a sperimentare sistemi misti, che per evitare indebite forme di inclusione ed esclusione, miscelano lo jus sanguinis con lo jus soli. Emblematico il caso della Svezia e della Germania.

La prima applica lo jus soli per i minori stranieri nati sul suo territorio ma di cui non si conoscono i genitori oppure per quelli di genitori apolidi. Gli altri, in base alla discendenza, diventano cittadini se figli di immigrati residenti nel paese da almeno tre anni su semplice richiesta dei genitori o di chi ne fa le veci.

La seconda, che aveva un ordinamento assai vicino al nostro, a seguito della nuova legge varata nel luglio 1999, consente l’acquisizione automatica della cittadinanza ai figli di immigrati nati sul territorio nazionale ma a condizione che almeno uno dei genitori risulti stabilmente residente nel paese da almeno otto anni e sia in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Nella maggior parte dei casi coloro che diventano cittadini tedeschi per nascita mantengono anche la nazionalità straniera dei genitori in base al principio di filiazione. Ma al momento della maggiore età, e comunque non oltre cinque anni dal suo compimento, se optano per la prima perdono quella ereditata dai genitori o viceversa.

Un mix tra i due jus che di recente ha fatto capolino, sia pur di soppiatto, finanche negli Usa. Infatti dal 2000 per risolvere la contraddizione della cittadinanza per i minori stranieri nati all’estero ma adottati da genitori americani il Child Citizenship Act ha deciso che questi bambini vanno considerati a tutti gli effetti come nati sul suolo statunitense. Un escamotage legale che a ben vedere, riconoscendo l’importanza della componente parentale, ammette, in contrasto con la legge del suolo da sempre ritenuta inviolabile, un sia pur parzialmente ricorso a quella del sangue.

Se tutto questo è vero, per risolvere i problemi in casa nostra (anche se per numero di cittadinanze concesse agli immigrati siamo leader in Europa) si potrebbero proporre tre piccole modifiche di buon senso alla legge n.91 del 1992.

La prima concerne l’art.4 comma 2 che, lo ripetiamo, ai nati da genitori immigrati consente di diventare italiani al compimento del diciottesimo anno a condizione di aver vissuto ininterrottamentefino alla maggiore età sul territorio patrio. Con il risultato che può bastare una vacanza all’estero con gli amici o una visita ai nonni nel paese dei genitori, per far saltare tutto.

La seconda ha a che fare con la necessità di eliminare ogni forma di possibile, arbitraria discrezionalità burocratica nelle relative procedure di concessione. Fino a oggi, infatti, le risposte positive o negative alle richieste di cittadinanza sono fin troppo legate al parere soggettivo dei funzionari di turno.

La terza riguarda l’art.9 comma 1 lettera F che prevede la concessione della cittadinanza allo straniero che risiede da almeno dieci anni nel territorio della Repubblica. Questo significa, caso unico in Europa, che gli immigrati extra-UE possono richiedere lo status civitatis italiano (che sulla base dello ius sanguinis possono trasmettere ai figli) solo dopo due lustri di regolare soggiorno nel nostro paese. Sarebbe consigliabile ridurli, ad esempio, a quattro come, peraltro, già previsto dal nostro ordinamento per i comunitari originari di un paese europeo.

Sembra facile ma – come ripeteva Orwell – per vedere quello che abbiamo proprio davanti agli occhi serve uno sforzo continuo.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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