La cattiva politica dell’asilo aiuta l’immigrazione irregolare

I richiedenti asilo sono diventati il vero bacino sommerso della manodopera immigrata di mezza Europa. Sta qui, forse, la spiegazione del generale silenzio bipartisan sull’annunciata e mai realizzata riforma del sistema europeo comune di asilo. In questi ultimi anni, infatti, nonostante le crisi umanitarie consumatesi a un passo da casa nostra se a criticare sono stati in molti, sono stati invece pochi coloro che hanno avanzato proposte o fatto qualcosa per superare il sistema attuale. Basato sulla Convenzione di Dublino che stabilisce il cosiddetto criterio del first step, secondo cui spetta al paese UE di primo approdo l’onere di accogliere temporaneamente e valutare le richieste di asilo dei nuovi arrivati.

È vero che questo penalizza gli Stati (Grecia, Italia e Spagna) che si affacciano sulla polveriera mediterranea. Ma è arcinoto che questi ultimi, soprattutto ma non solo nei casi di diniego, viste le enormi criticità delle procedure di rimpatrio, lasciano un esercito di fantasmi che non hanno diritto all’asilo in un limbo giuridico che li rende appetibili per gli imprenditori che cercano in nero di accaparrarsi manodopera poco specializzata e a bassissimo costo. Il risultato è che mentre una parte viene arruolata “in loco” dalle imprese degli Stati di primo ingresso, la restante supera illegalmente i confini per andare a soddisfare la domanda di manodopera irregolare di quelle nord europee.

Discorso chiuso, quindi? Fino a un certo punto. Non foss’altro perché a questa sistematica violazione delle regole e del diritto comunitario, un’alternativa, capace di rispettare le esigenze di tutte le parti in causa, c’è. E’ quella avanzata nel 1997 dalla Commissione di massimi esperti internazionali di diritto asilo, guidati dal Prof. James C. Hathaway dell’Università del Michigan, chiamata a fare il “tagliando” al sistema globale di accoglienza dei rifugiati imperniato sulla Convenzione di Ginevra del 1951. Che secondo il team di esperti oltre a non pochi meriti presenta come vero grande difetto (accentuato da quella di Dublino) di non separare “il luogo” in cui si opera lo screening delle domande di asilo da quello in cui vengono accolti gli aventi diritto. Il punto, al netto degli opportunismi politici, sta qui. Per questo la proposta Hathaway, rimasta lettera di morta, chiedeva di riconoscere e istituire a livello internazionale, sotto l’egida dell’UNHCR, in territori prossimi alle aree di crisi, hotspot sicuri (ad esempio i campi profughi Onu) in cui trovare temporaneo rifugio per richiedere formalmente asilo. E, in caso di esito positivo poter essere redistribuiti pro-quota tra tutti gli Stati della comunità internazionale.

Che poi, a dirla tutta, non sarebbe neanche una novità assoluta. Visto che nel 1979 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Walheim, per risolvere l’emergenza boat people in fuga dal Vietnam, convocò una conferenza internazionale. Cui aderirono 65 governi. L’iniziativa consentì di evitare che la crisi precipitasse sulla base di un do ut des: asilo temporaneo nella regione, in cambio di un reinsediamento permanente nei paesi terzi. In buona sostanza, con quello che era di fatto un accordo tripartito fra i paesi d’origine, quelli di primo asilo e quelli di reinsediamento, gli stati dell’Asean (Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Thailandia) si impegnarono a continuare a concedere l’asilo temporaneo, a condizione, però, che il Vietnam si impegnasse a frenare le partenze illegali e a promuovere quelle organizzate dall’Onu. E che, in parallelo, i paesi terzi accelerassero il ritmo del reinsediamento. Salvo alcune eccezioni, cessò il respingimento delle imbarcazioni in mare. Fra il 1979 e 1982, oltre 20 paesi – in testa Stati Uniti, l’Australia, la Francia e il Canada – assorbirono 623.800 rifugiati indocinesi. Si può fare.