La circolarità governerà i nuovi flussi di ingresso degli immigrati

C’è anche un capitolo dedicato agli ingressi per lavoro nel nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo che la Commissione Europea si accinge a presentare entro luglio. Il tema è assai delicato. Il sistema dei “flussi” da lavoro per immigrati economici (da non confondere con quelli per i rifugiati) fin qui utilizzato, infatti, non funziona.

Il caso italiano ne è la più eclatante prova. Subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore stagionale che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E' semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Questo può funzionare esclusivamente nei confronti degli immigrati altamente qualificati come scienziati e ingegneri (che rappresentano un capitolo a sé delle politiche migratorie), ma non per manovali stagionali. Inoltre, poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano questo sistema, oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità.

Non sappiamo le soluzioni che la Commissione UE proporrà a tal proposito. Ciò che sembra certo, tuttavia, è che è arrivato il tempo di sperimentare strade alternative al sistema dei “flussi”, sia tra i Paesi europei sia tra questi ultimi e quelli extra-UE. Almeno per quanto riguarda l’ingresso di immigrati da impiegare in settori poco qualificati e scarsamente retribuiti. La parola chiave potrebbe essere: immigrazione circolare. Una ricetta che nel recente passato ha trovato il favore di autorevoli esperti e istituzioni internazionali, ma non quello dei policy maker.

Nel 2003, alla vigilia del più massiccio allargamento dell’UE a Est, l’economista tedesco Hans Werner-Sinn, Presidente dell’Institut for Economic Research, lanciò una proposta che fece storcere il naso a molti. Il noto esperto d’Oltrereno temeva (e la storia ha dato lui ragione) che i cittadini dei nuovi Stati membri, con standard economici e socio-assistenziali inferiori alla media UE, sarebbero stati attratti dai più generosi sistemi di Welfare dei partner occidentali. Col rischio di metterli sotto stress fino al punto da creare potenziali scontri tra i nuovi arrivati e le fasce più vulnerabili della popolazione autoctona.

Insomma, Hans-Werner aveva intuito il rischio di quello che mediaticamente è passato alla storia come il pericolo dell’idraulico polacco. Che in modo sia pur discriminatorio e grossolano ben descrive il sentimento di molti left behind dei Paesi occidentali europei che cominciavano a vedere negli immigrati dall’Europa dell’Est concorrenti sleali nel mercato del lavoro e in quello delle prestazioni socio-assistenziali statali. E’ stato proprio questo sentimento, sempre più rancoroso, a spingere ad esempio molti inglesi a dire Sì alla Brexit sperando di risolvere il problema alla radice, ristabilendo frontiere e controlli per ostacolare nuovi arrivi.

Per ovviare a queste non trascurabili controindicazioni, Hans Werner-Sinn propose, rimanendo inascoltato, due correttivi alla libera circolazione dei lavoratori dell’Est nello spazio comunitario. Il primo, limitare, quantomeno in una fase transitoria, ai nuovi arrivati negli Stati dell’Europa occidentale l’accesso ai benefici finanziati con la fiscalità generale, come il diritto alla casa. E, in generale, garantire loro, sulla base del principio di reciprocità, servizi di Welfare pari a quelli di cui beneficerebbe uno straniero nei loro paesi di origine.

Il secondo: investire su forme di immigrazione circolare atte a disincentivare i lavoratori stranieri dall’Est a stanziarsi permanentemente nei Paesi ospitanti.

Sulla stessa linea di Hans Werner-Sinn, ebbe modo di pronunciarsi nel 2005 la Global Commission on International Migration istituita dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Che nel suo rapporto finale insisteva proprio sul concetto di immigrazione circolare. E ribadiva a chiare lettere che il vecchio paradigma basato sull’insediamento permanente stava progressivamente cedendo il passo a forme di immigrazione temporanea e circolare e si concludeva incitando gli Stati e le organizzazioni internazionali ad orientarsi verso questo tipo di immigrazione.

Posizioni simili emersero dalla Commissione Europea che in risposta ad un invito fattole dal Consiglio europeo nel dicembre 2006, pubblicò una Comunicazione sulla migrazione circolare nella quale indicava come obiettivo strategico quello di massimizzare il rendimento complessivo della mobilità del lavoro, facendo in modo che l’immigrazione non si traducesse in permanenza improduttiva o in brain drain.

Entro luglio vedremo, forse, se la Commissione Europea tornerà sui suoi passi, stavolta però passando dalle parole ai fatti.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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