La cittadinanza nel Regno Unito (1)

Per avere un quadro completo della normativa britannica in materia di cittadinanza [1] è necessario affrontare, seppur sommariamente, il nodo del passato imperiale.
Dopo la Seconda guerra mondiale l'Impero Britannico cesso di esistere, salvo che per 14 Territori d'Oltremare (British Overseas Territories), mentre le restanti ex colonie costituirono il Moderno Commonwealth delle Nazioni, un'organizzazione intergovernativa, composta da 53 Stati indipendenti, Regno Unito incluso.

Nel 1948, con l'approvazione del British Nationality Act, venne introdotto lo status di Citizen of the United Kingdom and Colonies (CUKS) che estendeva ai "sudditi" delle ex-colonie il diritto alla cittadinanza e quello, connesso, di libero ingresso e soggiorno nel Regno Unito.
La situazione cambiò nel 1971 quando, a causa della crisi economica degli anni Settanta e del crescente flusso di immigrati provenienti dall'Asia e dall'Africa, venne approvato l'Immigration Act che, in base al concetto di "patriality", permetteva il libero ingresso ("right of abode") nel territorio nazionale soltanto agli immigrati aventi un "sufficiente legame" con le Isole Britanniche (Regno Unito, Isole del Canale e Isole di Man).

La normativa venne modificata a più riprese, ma fu il British Nationality Act del 1981 a costituire il vero spartiacque nell'evoluzione legislativa della cittadinanza britannica. Il nuovo provvedimento negò sia ai cittadini del Commonwealth che a quelli dei Territori d'Oltremare il diritto di acquisire automaticamente la cittadinanza del Regno Unito.
All'inizio del terzo millennio il Regno Unito, con l'approvazione del British Overseas Territories Act (2002), mantenne invariata la normativa vigente per gli immigrati provenienti dal Commonwealth, mentre reintrodusse per i cittadini dei Territori d'Oltremare il diritto alla cittadinanza britannica, senza vincoli per l'ingresso e il soggiorno.
Fin qui i cenni storici.
Oggi, dunque, la disciplina legislativa in vigore non prevede particolari eccezioni. Salvo quelle, sopraindicate, relative ai cittadini dei Territori d'Oltremare per i quali è previsto un regime speciale.

Si tratta di una legislazione basata in origine sul rigido rispetto dello jus soli, temperato dalla Riforma del 1981 e dalle successive modifiche del 2002 e del 2006 che hanno introdotto tratti di convergenza con quello dello jus sanguinis, al punto da poter parlare oggi, in linea con diversi paesi europei, di un regime misto. Un trend che sembra essere confermato dal nuovo piano sulla cittadinanza approvato lo scorso luglio e che entrerà in vigore tra il 2010 e il 2011. Sul quale ci soffermeremo a margine della nostra analisi.