La crisi dei rifugiati boccia il pacifismo europeo

Con una nuova, ennesima crisi umanitaria ai confini balcanici la malattia dell’ Unione Europea entra in uno stadio semi terminale. Perché agli occhi di una pubblica opinione terrorizzata dal cigno nero del coronavirus e dalle sue catastrofiche conseguenze economiche, rischia di non essere più credibile un’istituzione che, perduta la memoria delle promesse fatte al tempo della grande crisi dei rifugiati del 2015, si ritrova oggi punto e da capo con gli stessi problemi.

E a dimostrazione che questo sia il rischio lo testimoniano le feroci reazioni degli abitanti delle due isolette greche di Lesbo e Chios. Che giovedì della scorsa settimana, dopo l’annuncio del governo turco di voler consentire all’esercito di profughi medio orientali di proseguire la marcia verso la frontiera ellenica, hanno dichiarato lo sciopero contro il tradimento di Atene e di Bruxelles. Visto che dopo aver loro imposto con gelida nonchalance di convivere per anni in spazi ristrettissimi con 38mila disperati, in luogo dei 6mila previsti, si appresterebbero oggi a chiedere loro di dare una nuova prova di “responsabilità” ed accoglierne dei nuovi.

Un tradimento tanto più indigesto perché condito dal cinismo burocratico con cui le alte sfere bruxellesi hanno cercato di calmare le acque affermando “che per quanto di loro conoscenza non risulta che le autorità turche siano intenzionate a venir meno agli accordi siglati nel 2016”. Facendo finta di non vedere, come ha spiegato al Financial Times il grande esperto dell’immigrazione Omar Kadikoy: “la novità di oggi è che il governo di Ankara anziché prestare ogni tanto un occhio all’immigrazione irregolare verso l’Egeo ha invece deciso di chiuderli tutti e due”. Una scelta capace di conseguenze disastrose dato che nell’epicentro infiammato della martoriata Siria vivono 948mila tra donne, uomini e bambini. Che tra una rischiosa fuga oltrefrontiera e le bombe dei caccia russi hanno già scelto, senza il minimo dubbio, la prima.