La discussa eredità di Trump sull’immigrazione

Le politiche dell’immigrazione riservano, talvolta, sorprese inaspettate. Come quella appena giunta dagli Stati Uniti secondo la quale negli anni della presidenza Trump il numero degli immigrati regolari in arrivo sul suolo americano è stato, nonostante la sua politica, i giri di vite promessi ed i ripetuti, altisonanti ukase, in linea con quelli che ne avevano preceduto l’arrivo alla Casa Bianca.

A darne notizia il lavoro fresco di stampaThe Trump Effect on Legal Migration Levels: More Perception than Reality?” condotto da Muzaffar Chishti e Jessica Bolter per conto del Migration Policy Institute di Washington. Uno dei più accreditati think-thank nel campo dell’immigrazione made in US. E, cosa che rafforza l’attendibilità del lavoro di cui sopra, ultra democratico da sempre, visto che nel suo consiglio di direzione siede l’ex capo dell’immigration statunitense di Bill Clinton Doris Messner. Poiché la notizia coglierà molti di sorpresa vale forse la pena riportare per esteso alcuni passi del testo in questione:

Nonostante i suoi sforzi di limitare l’immigrazione legale l’amministrazione Trump ha ottenuti scarsi risultati…[infatti] il totale delle ammissioni (sia temporanee che permanenti) è diminuito solo marginalmente [….]. Il numero dei richiedenti asilo che hanno visto accolte le loro richieste è stato, nonostante le durissime restrizioni introdotte, il più alto dal 1990 in avanti […]. Il tasso di rilascio delle green card ha avuto un andamento costante e non difforme da quello degli anni precedenti […] gli immigrati naturalizzati americani in base ai dati disponibili, fermi al 2019, risultano in crescita […] a differenza degli altri visti di ingresso temporaneo, confermando però una restrizione iniziata già prima dell’insediamento dell’amministrazione trumpiana, sono diminuiti quelli concessi agli studenti stranieri […] con l’unica vera eccezione del pesantissimo taglio del numero dei rifugiati accolti (il più basso da quando gli USA hanno varato nel 1980 il Refugee Resettlement Program) e nonostante non piccoli interventi di modifica delle norme in vigore, cosa che ha forse dato alla pubblica opinione la sensazione di una drastica riduzione dell’immigrazione, nel quadriennio dell’amministrazione Trump il numero degli ingressi regolari, almeno fino al crollo storico determinato dall’ epidemia Covid-19, è stato sostanzialmente in linea con quello del passato”.

Affermazioni impegnative ma, stando ai dati, fondate. Di fronte alle quali sorge però spontanea la domanda: sull’immigrazione ha barato Trump o hanno ecceduto nelle critiche (feroci) i suoi avversari? Forse né l’uno né gli altri. Il fatto che la politica di Trump non sia riuscita a ridurre significativamente l’immigrazione regolare non vuol dire che essa non abbia inciso a fondo (nel testo il termine usato è toothless). Questo perché essendo l’immigrazione un fenomeno a lenta cadenza gli effetti nelle modifiche delle norme che la governano più che nell’immediato si fanno sentire nel medio, lungo periodo. Ragione per la quale, sostengono con un perfido paradosso Chishti e Bolter, “le conseguenze della politica di Trump cominceranno a farsi sentire solo dopo che se ne sarà andato”.