La nuova politica UE sull’immigrazione tranquillizza ma non troppo

Anche se rappresenta un passo avanti, l’accordo sull’immigrazione, che Finlandia, Francia, Germania, Italia, Malta (forse anche Portogallo e Spagna) proveranno a sottoscrivere il prossimo 23 settembre a La Valletta, ha due criticità di non poco conto.

Per capire di cosa parliamo, partiamo dal nocciolo della potenziale intesa che mira ad automatizzare fra le parti contraenti disponibili la redistribuzione immediata dei migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa del Sud. Con tanto di penalizzazione per gli stati che non fanno la loro parte.

Rispetto al piano Juncker del 2015, la novità, fortemente voluta dal governo italiano, consisterebbe (il condizionale è d’obbligo) in un superamento de facto della Convenzione di Dublino. Risparmiando al paese di primo approdo l’obbligo di fotosegnalere, valutare e distinguere la posizione dei richiedenti asilo (da ridistribuire tra i partner UE) e quella degli immigrati irregolari da rimpatriare, con tutte le enormi difficoltà del caso, a proprie spese. Una buona notizia rispetto al recente passato, non sufficiente, tuttavia, a risolvere:

- L’annosa e mai risolta questione del se e come rimpatriare coloro, e non sono pochi, che si presentano come richiedenti asilo, ma sono immigrati irregolari. Che spetti al paese di primo approdo (come accade oggi) o a quello di secondo approdo (potrebbe succedere dopo il 23 settembre) il problema rimane. In entrambi i casi, è, infatti, arcinoto che si tratta, soprattutto nel caso di grandi numeri, di procedure lunghe, costose, farraginose, a volte impopolari e spesso ostacolate dal mancato accordo con i paesi di origine.

- I non pochi problemi di ordine legale. L’ipotesi di penalizzare sul piano finanziario gli stati che dicono no a qualsiasi forma di ridistribuzione, può, infatti, essere politicamente condivisibile. Ma in punta di diritto, se ci atteniamo ai dettati dei Trattati che hanno istituito l’UE, è, se non irricevibile, quanto meno discutibile. Tant’è che, se si dovesse passare dalle parole ai fatti, non è difficile immaginare per i giudici della Corte di giustizia europea lunghe notti e giorni di durissimo lavoro per rispondere ai ricorsi e ai contro ricorsi degli stati protagonisti di questa partita.

Per tali ragioni, non ci rassegniamo a ribadire quanto già scritto più volte in queste colonne. Si potrebbe, infatti, rilanciare la proposta avanzata trent’anni fa da uno dei massimi esperti internazionali in materia, il Prof. James Hathaway. Secondo il quale per allentare la pressione migratoria sugli stati di frontiera ed evitare che per arrivare a destinazione gli immigrati economici illegali sfruttino come cavalli di Troia i richiedenti asilo in fuga da guerre e persecuzioni, è cruciale distinguere il luogo di identificazione dei nuovi arrivati da quello di accoglienza. Nel caso nostro creando a ridosso delle aree di crisi come quella libica zone franche e sicure (ad es. in Tunisia), sotto l’egida dell’UNHCR, dell’OIM e dell’UE, in cui chiedere asilo. Al fine di garantire solo a chi ne ha diritto ai sensi della Convenzione di Ginevra di essere ridistribuiti e accolti, senza affidarsi ai trafficanti di esseri umani, nei 28 stati dell’Unione.