La pandemia è l’11 settembre dell’immigrazione

Sull’immigrazione nell’era del Covid-19 arriva dall’America un messaggio che per le sue interessanti ed innovative osservazioni obbligherà molti a riflettere. Soprattutto in Italia dove all’ombra della pandemia il che fare sull’immigrazione sembra sparito dall’agenda politica nazionale. Una rimozione esemplarmente testimoniata mesi addietro dallo scarso interesse, al limite del fastidio, riservato anche dai piani alti del suo stesso partito, alla preoccupata intervista dell’ex ministro Minniti sulle conseguenze che la pandemia avrebbe rappresentato per la nostra malandata politica dell’immigrazione. Un atteggiamento figlio dell’errata, svogliata convinzione che per la nostra immigrazione, superata la bufera sanitaria, tutto tornerà, più o meno, come prima. Ma non è così.

Basta leggere, al riguardo, il corposo documento (Economies, Jobs, and International Migration in the Age of Covid-19) pubblicato la scorsa settimana nell’ambito del Transatlantic Council on Migration da Demetrios Papademetriou. Nel quale il fondatore ed animatore del Migration Policy Institute di Washington, think thank democratico a 18 carati, afferma: “A parte il fatto che riaprire i canali di ingresso degli immigrati richiederà tempo e, in molti casi, gradualità, la politica avrà il dovere di prestare la massima attenzione ai rischi complessivi che potrebbero derivare dal rimettere in atto le stesse politiche in atto prima dello scoppio della pandemia […] ed i confini potranno tornare ad aprirsi solo se in grado di assicurare meglio, molto meglio che in passato: a) il controllo degli ingressi illegali e dell’immigrazione clandestina; b) ridurre in anticipo e ad un livello accettabile il rischio sanitario connesso all’apertura dei confini con l’epidemia ancora in corso. Ma soprattutto [ecco il punto] bisogna entrare nell’ordine di idee che la pandemia può rappresentare un esperimento naturale per testare la fondatezza dell’assunto, largamente diffuso prima dell’arrivo del Covid-19, che il bisogno degli immigrati rappresenti per le economie sviluppate un bisogno virtualmente insaziabile…Insomma, così come la crisi sanitaria non può essere separata da quella dell’economia del pari è impossibile separare la crisi del mercato del lavoro (e dei lavori) dall’immigrazione”.

Se le parole hanno ancora un valore è evidente che da quanto letto la nostra politica dell’immigrazione se non cambia rischia di trovarsi in serie, serissime difficoltà. Per evitare le quali sono almeno tre gli interventi di modifica a cui è obbligatorio più che necessario mettere mano al più presto. In particolare:

modificare le attuali norme degli ingressi per lavoro. Il sistema dei “flussi” fin qui utilizzato, infatti, non funziona. Per la semplice ragione che subordinare l’ingresso alla stipulazione di un contratto tra un datore di lavoro che sta in Italia e un lavoratore che sta all’estero è un’ipocrisia che fa a pugni con il buon senso. E semplicemente illogico pensare che un datore di lavoro che sta in Italia debba assumere con richiesta nominativa qualcuno/a che sta in un altro paese e che non ha mai conosciuto. Inoltre poiché sono le imprese e le famiglie, non la burocrazia, che selezionano e pagano gli immigrati di cui abbisognano, questo sistema oltre a non funzionare fa anche danni. Perché pretende di fissare quote che la velocità del mercato rende sistematicamente obsolete. E allarma la pubblica opinione con l’annuncio dell’arrivo di nuovi “contingenti” di cui essa fatica a comprendere l’utilità e la necessità. Con l’ulteriore aggravante che mentre le istituzioni continuano a sfornare dichiarazioni contro l’immigrazione clandestina, la crescente domanda di lavoro viene, in grande parte, soddisfatta just in time solo grazie all’efficientissimo, onnipresente mercato della clandestinità. Anche se cambiare può forse far tremare le vene ai polsi è forse arrivato il momento di pensare e sperimentare strade alternative. Come, ad esempio, quella del rilascio, in paesi che abbiano sottoscritto con l’Italia chiari e vincolanti accordi di riammissione dei propri nazionali, da parte dei nostri Consolati di visti temporanei (4-6 mesi) per ricerca di lavoro. Che, all’atto dell’emissione, rilevano con le foto segnaletiche le impronte degli stranieri che ne fanno richiesta. Un sistema che scoraggerebbe non poco coloro che una volta entrati commettono reati o che, non avendo trovato lavoro, restano oltre la scadenza dei termini consentiti. Perché la conoscenza certa dell’identità e della nazione di provenienza non sarà loro consentito, come invece oggi spesso avviene, utilizzare alias a catena per beffare le forze dell’ordine evitando di essere rimpatriati;

abrogare il reato penale di clandestinità introdotto dalla Bossi-Fini. Perché, come ha ben spiegato nel suo libro il magistrato torinese Paolo Borgna: è proprio questa norma, all’apparenza draconiana, che rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio per evitare di essere rimpatriati. Per almeno due ragioni. La prima è che sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) gli stranieri fuori legge, anche se condannati, hanno diritto a restare. La seconda è che la maggioranza degli altri irregolari, nonostante si guadagnino la vita lavorando duramente, per paura di essere colpiti “dal reato” si nascondono. Finendo per ingrossare ulteriormente le fila della galassia clandestinità in cui i pesci grossi si muovono indisturbati. Una palude tanto ampia quanto intoccabile, a meno che non la si prosciughi. Sottraendole tutti i casi di irregolarità non collegati ad attività criminali o illecite. Se la nostra normativa e la nostra amministrazione fossero capaci di realizzare questo obbiettivo, l’80% del fenomeno della clandestinità sarebbe risolto. E polizia e magistrati potrebbero meglio occuparsi di reprimere il suo lato criminale. L’esperienza insegna che il processo penale, per essere efficace, deve essere selettivo. Deve mirare a reprimere condotte particolarmente gravi per la collettività. Non può essere utilizzato come strumento per fronteggiare comportamenti di massa: i suoi tempi, i suoi costi, i suoi riti, sempre più appesantiti, sono incompatibili con questo scopo…[è] uno strumento spuntato. Con l’unico risultato di suscitare scontento e disillusione tra i cittadini.

Costruire un modello di governo dell’immigrazione all’altezza dei compiti. Operazione più facile a dirsi che a farsi vista la nota rigidità delle nostre amministrazioni e la loro storica avversione ai cambiamenti dei tradizionali equilibri di potere e delle rispettive aree di competenza. Difficoltà che se sconsigliano di “sparare grosso” e, come qualcuno fa, proporre la creazione - non sbagliata ma irrealistica di un nuovo ministero dell’immigrazione - si possono ovviare creando all’interno delle diverse amministrazioni che hanno voce in capitolo (Interni, Esteri, Lavoro, Sanità, Istruzione etc.) un network operativo di funzionari specializzati ed esclusivamente dedicati al governo dell’immigrazione. Insomma per fronteggiare e gestire un fenomeno a filiera, qual è appunto quello migratorio, più che continuare a scaricare i problemi sulle spalle degli Interni, serve come da tempo fanno molti altri paesi un vero e proprio gioco di squadra inter-amministrativo Per garantire quell’unità di comando tante volte invocata ma mai realizzata.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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