La regolarizzazione non è stata un flop per gli evasori

Con i proclami non si governa l’immigrazione. Sembra questo il messaggio che emerge dai primi dati sulla regolarizzazione degli immigrati nel nostro paese iniziata lo scorso 1 giugno e che si concluderà il prossimo 15 luglio. Il provvedimento, incluso nel Decreto Rilancio Italia, era stato presentato come necessario per rispondere durante la pandemia alla mancanza di manodopera straniera stagionale nei campi e garantire il diritto alla salute e al lavoro legale degli immigrati irregolari soprattutto nel settore agricolo.

Tuttavia, ad oggi, delle circa 30 mila domande pervenute, la maggioranza riguarda colf e badanti. La più classica eterogenesi dei fini. La regolarizzazione avrebbe dovuto tutelare, nelle intenzioni dei proponenti, i più vulnerabili e assicurare in tempi stretti agli imprenditori agricoli l’indispensabile forza lavoro stagionale. Essa, invece, sembra aver fornito un assist ideale ai ceti sociali che calpestando le regole approfittano dei vantaggi dell’immigrazione. E’ di tutta evidenza, infatti, che le domande fin qui registrate di emersione del personale straniero addetto alla cura della casa e della persona siano arrivate da una parte dei ceti medi. Che forse intimoriti dai rischi sanitari derivanti dalla pandemia, hanno pensato bene di approfittare di questa occasione per regolarizzare rapporti di lavoro che nell’era pre-Covid 19 non avevano timore di tenere sommersi. Ma oggi lo scenario è cambiato. In caso di un secondo lockdown, ad esempio, non dovranno più affrontare il dilemma di tenersi in casa una colf/badante irregolare, con tutti i rischi del caso oppure mandarla via col timore di perdere i contatti.

Risolti i loro problemi, la regolarizzazione ha lasciato insoluti sul tappeto quelli per i quali era stata approvata. Una verità che non deve aver sorpreso i partner europei. Che fatta eccezione per il Portogallo hanno intrapreso strade alternative a quella italiana per risolvere le medesime questioni. Su scala comunitaria si è infatti cercato di superare l’impasse dapprima con la Comunicazione della Commissione Europea dello scorso 30 marzo che sollecitava gli Stati UE a garantire, attraverso i cosiddetti corridoi verdi, la libera circolazione dei lavoratori stranieri stagionali in settori strategici come quello agricolo. Mentre l’Italia dibatteva sul Sì o No alla regolarizzazione degli immigrati, in Europa si apriva una corsa per accaparrarsi i lavoratori dell’Est, soprattutto dalla Romania. Il nostro paese è rimasto ai margini di questa competizione, pur essendo storicamente la prima destinazione lavorativa dei rumeni. Il risultato è stato che decine di migliaia di immigrati dell’Est sono già tornati a lavorare nelle campagne di Austria, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania e Gran Bretagna, Norvegia e Spagna grazie ai corridoi verdi basati sui princìpi dell’immigrazione circolare. L’Italia sta, invece, valutando se allargare le maglie della regolarizzazione, con la cocciuta speranza di vederla riuscire laddove ha sempre fallito.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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