La sindrome di Stoccolma dei clandestini

Odiosi ma preziosi. E’ questo quello che pensano gli immigrati illegali di mezzo mondo dei trafficanti di esseri umani. Ai servizi dei quali, nella generalità dei casi, si affidano per riuscire a lasciare i patri confini in cerca di un futuro migliore all’estero. A svelare questo, per molti sorprendente, rapporto di amore-odio è un inedito studio di Jasper Gilardi appena pubblicato dal Migration Policy Institute di Washington. Grazie al quale scopriamo che la relazione smuggler-cliente è meno scontata e assai più complessa di quella dominante nella vulgata che circola sul tema nei paesi di arrivo.

Intendiamoci, che tra i due protagonisti della catena migratoria illegale il primo approfitti della debolezza del secondo è fuor di dubbio. Ma nonostante tanta asimmetria, qui la novità, tra i candidati all’emigrazione/immigrazione l’indice di gradimento dei passeur senza scrupoli è molto più alto di quanto i più pensano. Visto che i trafficanti di esseri umani vengono dalle loro stesse “vittime” percepiti come dei veri e propri giustizieri. Capaci, sia pur a carissimo prezzo, di fare valere quello che viene da loro considerato, in contrasto con quanto invece stabilisce l’ordinamento internazionale, un diritto: lasciare la Madre Patria per andare a vivere e lavorare, anche senza la dovuta autorizzazione, in un'altra nazione. Una ratio che in fondo non è così lontana da quella che in Italia spinge frange emarginate della popolazione ad affidarsi, in assenza delle Istituzioni, alle associazioni mafiose.

Una tesi che nella raffinata analisi di Jasper Gilardi, avvalorata dalle più autorevoli fonti internazionali, trova conferma nelle testimonianze di molti immigrati e persino di molti trafficanti. Come ad esempio quelli afghani che si vantano della straordinaria popolarità di cui godono fra le comunità locali. Derivante dal fatto che solo grazie a loro molti immigrati afgani sono in grado di “forzare” i divieti e gli sbarramenti di cui sono disseminati i canali legali delle politiche immigratorie dei principali paesi del Nord industrializzato. Che pensando di rendere più sicure le proprie frontiere non fanno altro che alimentare il mercato del lavoro irregolare e il traffico internazionale di esseri umani.

Un corto circuito che spiega perché il giro d’affari del business dell’immigrazione illegale tocca, secondo l’ONU, una media annua di $6 miliardi di dollari, secondo solo a quello delle droghe. Con buona pace dei proibizionisti.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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