La sinistra danese ripensa l’immigrazione e avanza

In Danimarca dove sono in corso le elezioni per il nuovo Parlamento secondo i primi exit pool i risultati potrebbero riservare due inattese quanto interessanti sorprese. La prima: a differenza che nel resto del Vecchio Continente i socialdemocratici danesi rischiano di vincere. La seconda: la ragione che ha riportato “all’ovile” molti vecchi militanti socialdemocratici che negli ultimi anni avevano abbandonato il partito è stata il nuovo corso politico voluto ed imposto, soprattutto sul tema dell’ immigrazione, dalla giovane, coraggiosa leader Mette Frederiksen. Che vincendo l’opposizione e la resistenza di molti ha traghettato sull'immigrazione il partito da un aperturismo velleitario ed autolesionista ad una impostazione modernamente selettiva e credibile. Soprattutto da parte dei settori popolari ed operai resi inquieti dai tanti stranieri arrivati negli ultimi anni. Una svolta emblematicamente suggellata dalla designazione come suo braccio destro di Mattias Tesfaye figlio di un rifugiato etiope.

Al netto di quello che sarà l’esito finale che uscirà delle urne, vale certo la pena approfondire le ragioni alla base della nuova linea scelta sull’immigrazione da una delle più illustri famiglie storiche della socialdemocrazia europea.

Partiamo dal fatto che il revirement dei socialisti danesi non è una eccezione ma la conferma di un trend che riguarda, almeno da due anni a questa parte, molte organizzazioni della sinistra nord europea. Tant’è che, solo per fare un esempio, il 21 maggio del 2018, con un discorso pubblico che fece molto clamore, Stefan Lofven, Premier svedese e leader del partito che fu di Olaf Palme, annunciò in pompa magna che le misure restrittive nei confronti dei richiedenti asilo varate nel 2016 dopo il boom di 160 mila domande d’asilo del 2015, da temporanee sarebbero diventate permanenti. Con l’obiettivo di accogliere non più di 14 mila rifugiati l’anno; smascherare i falsi profughi e scoraggiare i ricongiungimenti familiari. Tra le altre novità: il divieto di frequentare la scuola dell’obbligo per i piccoli immigrati irregolari.

Forse i socialdemocratici scandinavi, a differenza degli omologhi mediterranei, hanno intuito che per tirare a campare conviene furbescamente scimmiottare le posizioni anti-immigrati dei neopopulisti in ascesa in mezzo Occidente?

La risposta è no. Almeno secondo Mattias Tesfayes. Che intervistato dal Financial Times ha sostenuto che la nuova politica migratoria selettiva dei socialisti danesi, oltre che indispensabile per sostenere il Welfare State di cui usufruiscono le fasce più deboli della popolazione, fa parte del DNA e della storia della socialdemocrazia occidentale. Come, peraltro, lui stesso aveva teorizzato in un formidabile pamphlet del 2017 dal provocatorio titolo Welcome Mustafa, richiamo alle sue origini africane, in cui aveva riportato alla luce lo scetticismo verso gli immigrati che negli anni 50’ e ’60 del secolo scorso accumunava le famiglie socialdemocratiche europee.

Si tratta forse di una raffinata forma di revisionismo a fini squisitamente elettorali?

Di certo sappiamo che Karl Marx, con tutta probabilità, sarebbe stato dalla sua parte. Visto che nel lontano 1870, a proposito delle conseguenze dell’immigrazione irlandese in Inghilterra, scriveva: “l’Irlanda fornisce il suo sovrappiú al mercato del lavoro inglese e in tal modo comprime i salari nonché la posizione materiale e morale della classe operaia inglese…Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra possiede ora una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il livello di vita...egli nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l’operaio irlandese…L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta..questo antagonismo viene alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa, dal pulpito, dai giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto della debolezza del movimento operaio inglese a dispetto della sua organizzazione”.