La sinistra dovrebbe leggere questa ricerca sull’immigrazione

Dopo che per anni West, nell’indifferenza generale, [1] ha cercato di segnalare il problema, finalmente trova conferma il fatto che se è vero che l’immigrazione produce ricchezza, è altrettanto vero che di essa si avvantaggia solo una parte della società. Basta leggere le conclusioni di un interessante studio appena pubblicato dal think tank liberal londinese Global Future. [2]Secondo cui se si vuole mettere fine al pericoloso scontro in atto sull’immigrazione, la prima cosa da fare è sperimentare innovativi strumenti per redistribuire in modo egualitario tra la popolazione del paese ospitante il surplus generato dai nuovi arrivati. Un tema gigantesco e complicato. Al punto che fino a oggi se ne sono tenuti alla larga sia i nuovi partiti sovranisti che quelli aperturisti. I primi, invocando i muri. I secondi cincischiando tra frontiere aperte sì, frontiere aperte no.

Partiamo dal cuore del problema, cioè dal fatto che gli Stati occidentali al loro interno sono ormai spaccati in due contrapposti schieramenti: Anywhere vs Somewhere, per usare la fortunata definizione coniata dall’analista britannico David Goodhart. Alla prima categoria appartiene una minoranza di professionisti globali, super specializzati e istruiti che hanno il potere di contrabbandare per nazionali decisioni prese solo a tutela dei loro interessi. Come, ad esempio, quella di puntare sull’economia della conoscenza, aperta e con una elevata immigrazione, che garantisce loro sicuri vantaggi. Ma penalizza gli appartenenti alla seconda categoria perché meno colti e qualificati. È intorno a questo cleavage tra vincenti e perdenti della globalizzazione/immigrazione che si gioca l’equilibrio geopolitico dell’Occidente nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Perché di fronte a questa epocale sfida, il rischio è che l’ansia e la frustrazione sociale dei Somewhere si traduca in un sostegno elettorale sempre più robusto all’eterogenea galassia di capi-popolo che non a caso dal 2016 (anno del clamoroso sì alla Brexit) esce vincente dalle urne occidentali.

Ed è proprio per evitare questo rischio che i ricercatori di Global Future avanzano una proposta assai innovativa. Ovvero quella di creare a livello nazionale, nel caso di specie in Gran Bretagna, un Fondo Nazionale per ripartire la ricchezza prodotta dall’immigrazione tra i ceti-medio bassi dei quartieri periurbani che vedono i nuovi arrivati come una minaccia al loro benessere economico e sociale. Si tratterebbe di investire annualmente una cifra pari alla ricchezza che l’immigrazione, ad esempio attraverso il pagamento di contributi previdenziali apporta al Paese ospitante. Nel caso del Regno di Sua Maestà se si tiene conto soltanto degli immigrati dall’aria UE parliamo di circa 4,3 miliardi di sterline l’anno. Da destinare, d’accordo con gli amministratori locali delle aree con la più elevata percentuale di Somewhere a sei dossier: formazione, inserimento lavorativo, rigenerazione degli spazi urbani, trasporti pubblici, innovazione, investimenti.

Insomma, un pacchetto di azioni pensata come una sorta di riduzioni del danno che i ceti svantaggiati, incluso un grosso pezzo della classe media, hanno subìto perdendo, a torto o ragione, il treno della globalizzazione che ad altissima velocità ha frantumato molte delle loro certezze.

Una possibile soluzione a un problema che, peraltro, mentre le tradizionali classi dirigenti occidentali fanno finta di non vedere, era stato segnalato in larghissimo anticipo da accademici di fama internazionale come il Professor George Borjas dell’Università di Harvard. Che negli anni Ottanta del secolo scorso, dopo un monumentale studio pluriennale sull’impatto economico-sociale dei profughi cubani (i cosiddetti Marielitos immortalati nel film-cult Scarface) sul mercato del lavoro della Florida, era giunto alla conclusione che avevano abbassato i redditi dei ceti autoctoni medio-bassi e aumentato quello dell’upper-class. Nient’altro, sostiene Borjas, che la dimostrazione della legge della domanda e dell’offerta. Perché con l’aumento della disponibilità di risorse umane disposte a fare determinati mestieri, diminuisce il valore della loro prestazione, e dunque del salario. A vantaggio del datore di lavoro. Più chiaro di così.