La sinistra rifletta sul voto dei latinos

Nelle elezioni presidenziali USA i latinos, che costituiscono il segmento più sfruttato e meno fortunato dell’immigrazione statunitense, non hanno espresso per il democratico Biden il plebiscito di voti che molti liberal americani davano invece per scontato. Non fosse altro come reazione alla martellante, subdola caccia alle streghe fomentata nei loro confronti da Trump fin dal primo giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. Ma così non è stato: perché? Fondamentalmente per due ragioni.

La prima ha a che fare con le complesse, laceranti vicende storico politiche dell’immigrazione made in US.

La seconda affonda le sue radici in una infondata, ideologica visione degli immigrati (e dell’immigrazione) come potenti, decisivi attori del mutamento sociale. Una convinzione che, sia detto per inciso, accomuna, con toni e modalità diversi, la sinistra al di là e al di qua dell’Atlantico.

Negli USA tra gli immigrati ed i democratici le cose non sono mai filate lisce. Per la semplice ragione che i primi hanno storicamente avuto grande difficoltà a riconoscersi in un partito come quello dell’asinello alleato da sempre con i sindacati e la minoranza afro-americana. Due gruppi di interesse che dopo decenni e decenni di aperta ostilità anti immigrati , solo alla fine del secolo scorso hanno deciso di cambiare linea politica. E di mettere la sordina alla loro aperta chiusura all’arrivo di lavoratori stranieri. Accusati dai primi, non sempre a torto, di consentire agli imprenditori di sfruttare la loro “eccessiva” disponibilità per abbassare i salari e gli standard di protezione sociale conquistati dai blu collar autoctoni con anni di scioperi e di dure battaglie. E dalla seconda di “sublimare” la loro miserabile condizione schierandosi dalla parte del potere violento dei bianchi schiavisti alla Jim Crow. Contraddizioni che sul piano politico hanno giocato un ruolo decisivo spingendoli nelle accoglienti braccia della destra repubblicana. Gli immigrati, diceva un grande Presidente conservatore come Donald Reagan, sono degli imprenditori (di sé stessi) e per questo repubblicani.

Ma la delusione dei democratici sul voto dei latinos, al di là delle complicate eredità della storia, origina soprattutto da una inesatta percezione del fenomeno migratorio e dalla convinzione secondo cui “immigration is remaking the American mainstream”. Un’affermazione che confonde il cambiamento demografico con quello sociale. Un errore già a suo tempo segnalato dal grande studioso di Harvard Alejandro Portes. Che nel saggio intitolato Tensions that make Difference: Institutions, Interests and the Immigrant Drive affermava: “L’immigrazione di massa può certamente modificare a fondo il profilo demografico della popolazione, che però è cosa ben diversa dalla modifica dei fondamenti culturali di una nazione e della sua struttura sociale . Infatti se è vero che l’immigrazione con le sue domande dal basso costringe l’ordine costituito a nuovi adattamenti in settori quali la scuola, la sanità, i servizi e il mercato del lavoro. E’ però altrettanto vero che gli immigrati più che sfidare l’ordine sociale esistente hanno come obiettivo quello di riuscire ad adattarvisi al meglio. Tanto è vero che gli immigrati ed i loro figli per risalire nella scala delle gerarchie sociali, di status e di potere del paese di arrivo non ne contestano i valori dominanti né l’ordine normativo. Ma si conformano ad essi.

Una verità mirabilmente messa a fuoco da Portes che nello scritto su citato scriveva: “Oggi a capo di una multinazionale di New York ci può essere un Lowenstein anziché un Johnson, e il sindaco della contea di Miame-Dade si può chiamare Alvarez e non più King, eppure il sistema delle norme che governano l’impresa, l’amministrazione della contea e, più in generale, la struttura socio economica di cui entrambi fanno parte sono le stesse di sempre”.

Parole sante che, forse, potrebbero aiutare la sinistra a smettere di incassare sull’immigrazione una delusione dopo l’altra.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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