La sinistra USA divisa sull’immigrazione

Alla sinistra del partito democratico americano non piace il cauto riformismo che sull’immigrazione ha informato i primi, significativi atti della presidenza Biden. Non solo per la scarsa aggressività dei toni quanto, soprattutto, per l’eccessiva disponibilità alla mediazione. Che rischia, a detta dei critici più radicali, di indebolire fino a compromettere gli obiettivi di riforme e cambiamenti promessi nelle vittoriose elezioni per la presidenza. Una contrapposizione che da latente si è fatta evidente giovedì scorso. Subito dopo la presentazione da parte di un gruppo di parlamentari democratici del progetto di legge di riforma dell’immigrazione denominato US Citizenship Act 2021. Infatti, mentre Biden ed i suoi di fronte alla furiosa reazione dell’opposizione repubblicana, visti anche i non favorevoli rapporti di forza parlamentari, pur di evitare un rischioso o tutto o nulla ventilavano la disponibilità alla soluzione anche di singoli, specifici capitoli del testo, Bob Mendez, Senatore democratico New Jersey, alzava la voce contro ogni cedimento affermando: “è un errore smettere di combattere prima ancora di cominciare”.

Una posizione spalleggiata, anche se con minore retorica, dal New York Times. Che lo scorso 22 febbraio nel commento di prima pagina “Why Biden is taking immigration now” di Giovanni Russonello sosteneva che: “Biden ha bisogno di un’azione altisonante se vuole evitare che si aggravi il clima di delusione tra gli elettori Latini”. Infatti, secondo Carlos Odio, cofondatore del latino-focused data firm EquisLabs : “a spianare sia pur in parte la strada a Trump è stato la loro convinzione che sull’immigrazione tra repubblicani e democratici non c’è differenza”.

Giudizi ed affermazioni che nella loro enfatica perentorietà sembrerebbero, a prima vista, fare pendere la bilancia a favore dei fautori del muro contro muro. Una invocazione all’apparenza non solo coraggiosa ma addirittura liberatoria dopo quattro anni di trumpismo imperante. Ma che, purtroppo, ignora o non tiene nel dovuto conto che nelle elezioni dello scorso novembre la conquista da parte del partito democratico della Casa Bianca è stata vistosamente “azzoppata” da una pesante anche se da molti sottaciuta débacle parlamentare.

Prima di procedere nella disamina del problema vale forse la pena ricordare, per chi non ne fosse al corrente, che nelle elezioni presidenziali gli americani hanno a disposizione due schede. Una che riguarda il candidato Presidente e l’altra la nomina dei cosiddetti down ballots: i parlamentari della circoscrizione di appartenenza. Ed è proprio in base a questo complicato meccanismo elettorale che lo straripante 51% del consenso popolare per Biden non si è replicato nei confronti dei candidati democratici in corsa per un seggio parlamentare. Gli elettori, infatti, con un voto gergalmente definito disgiunto, hanno punito Trump ma per quanto riguarda i down ballots hanno consentito ai repubblicani di aumentare alla Camera il numero dei deputati, saliti da 197 a 210; ed al Senato di strappare un preziosissimo pareggio: 50 a 50.

Sulle ragioni di questo voto disgiunto i critici di sinistra farebbero forse bene a riflettere. Non solo perché raramente in passato ai democratici era accaduto che la conquista della Casa Bianca non avesse trascinato con sé anche quella di una robusta maggioranza in Parlamento. Ma soprattutto in ragione del fatto che a tradire le loro aspettative hanno contribuito le scelte a favore dei down ballots repubblicani fatte dagli immigrati-elettori di aree come la Florida, il Texas e la California. Che hanno detto un sì convinto al senatore del Delaware ma un no altrettanto deciso alla linea del suo partito. Non certo per l’eccessiva prudenza. Ma perché, ecco dove casca l’asino, contrari e spaventati dal radicalismo astratto ed ideologico di alcune proposte di riforma dell’immigrazione sbandierate nei comizi dagli esponenti democratici super liberal: abolizione della polizia di frontiera, cancellazione dell’accordo con il Messico sui richiedenti asilo, sanatoria immediata ed automatica dei clandestini.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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