La terra dei profughi non accoglie i profughi

La guerra ingaggiata dal governo Netanyahu contro gli immigrati africani ha finora prodotto pochi risultati. A partire dalla contestata “legge sui depositi” introdotta nel maggio 2017, che obbliga i datori di lavoro a trattenere il 20% dello stipendio mensile di tutti i loro dipendenti con lo status di richiedenti asilo. Una tassa mascherata introdotta con l’obiettivo di spingere alla partenza quanti, in particolare eritrei e sudanesi, entrati illegalmente dalla frontiera egiziana in Israele vi possono risiedere grazie ad un visto temporaneo. Questo denaro, insieme a un altro 16% pagato direttamente dagli imprenditori, viene depositata dal governo su uno speciale conto corrente di una banca all'aeroporto di Tel Aviv. Uno stratagemma pensato affinché il conto possa essere svuotato solo al momento della partenza del titolare dal Paese. Un marchingegno che però a distanza di 2 anni non ha dato i risultati sperati. Visto che come scrive il sito News Deeply [1] quasi nessuno degli oltre 34mila richiedenti asilo africani vi ha aderito. “Non siamo venuti qui per i soldi – spiega Eden Tasfamariam fuggita dall’Eritrea insieme ai suoi figli – ma per salvare le nostre vite. Quindi se anche prendessero il 50% del nostro stipendio, nessuno se ne andrebbe”. Con la conseguenza che i richiedenti asilo vivono un disagio economico e sociale sempre più grave. E il lavoro nero aumenta. Sebbene Israele sia tra firmatari della Convenzione sui rifugiati delle Nazioni Unite del 1951, non accoglie quasi nessuna richiesta d’asilo. Nel 2018 sono state solo 11.