Le nuova mappa dell’immigrazione in Europa

La pandemia sta letteralmente ridisegnando la mappa dei flussi migratori dell’UE. Negli ultimi mesi, infatti, è aumentato come mai avvenuto in passato il numero degli immigrati dei paesi dell’Est che hanno lasciato quelli occidentali per rientrare in patria. Come spiega una recente, attenta analisi del settimanale inglese The Economist. Secondo il quale nel 2020 avrebbero ripreso la strada di casa 1,3 milioni di rumeni e 500 mila bulgari. E un paese come la Lituania avrebbe registrato, per la prima volta nella sua storia contemporanea, più ingressi che partenze.

Le cause di questa vera e propria rivoluzione dell’immigrazione europea sono in grande parte note: il virus ha messo in ginocchio, dal turismo alla ristorazione, i settori dell’economia con un’elevatissima domanda di lavoratori stranieri e poco qualificati. Ma le conseguenze, segnalano gli esperti dell’autorevole settimanale britannico, sono tutt’altro che prevedibili e scontate. Infatti, tra i tanti rientrati a casa sicuri di tornare a emigrare una volta finita la pandemia, sono aumentati in maniera esponenziale quelli che hanno già cambiato idea. Decidendo investire , a livello personale e lavorativo, laddove sono nati.

C’è chi con i risparmi guadagnati all’estero ha già aperto una piccola bottega o chi nell’attesa di trovare un’occupazione si gode il tempo e la qualità della vita tra l’affetto di amici e parenti in spazi abitativi e di comunità spesso e volentieri più confortevoli di quelli in cui erano relegati fuori dai confini patri. Insomma, tra i pochi metri quadrati, spesso fatiscenti, nelle periferie di Londra, Berlino o Roma e la casetta dei genitori nella campagna dell’Europa Orientale, in tanti cominciano a preferire la seconda opzione. Tanto più che dal loro ingresso nell’UE, i Paesi dell’Est hanno registrato una decisa riduzione del gap economico e salariale con quelli dell’Ovest. Basti considerare che a parità di mansioni un lavoratore rumeno in Italia può contare oggi su uno stipendio pari al triplo di quello che guadagnerebbe in patria, ma nel 2010 era pari al quintuplo.

E c’è di più. Perché se spostiamo l’oggetto della nostra analisi dai lavoratori non qualificati a quelli specializzati, lo scenario migratorio prossimo venturo rischia di essere ancora più complicato. Per la semplice ragione che la pandemia ha accelerato e ormai in alcuni casi istituzionalizzato il ricorso al telelavoro. Fino al punto da consentire a migliaia di professionisti immigrati di mettere fine “all’esilio” estero rientrando in patria senza però perdere né il lavoro né le relative retribuzioni. Che assicurano loro, visti i prezzi mediamente più bassi delle merci nei loro paesi rispetto a quelli dell’Occidente, un potere d’acquisto decisamente più alto. Dal brain drain al brain gain, insomma.

È forse un’anticipazione di quel nuovo mondo dell’immigrazione che ci aspetta nella fase post-pandemica e che studiosi come Henry Farrel e Abraham Newman avevano anzitempo tracciato in un articolo pubblicato lo scorso aprile su Foreign Affairs dal titolo: Will Coronavirus ends immigration as we know it?