1) Circe lepenista

A dodici mesi dalla conquista della leadership del Front National e a 4 dalle prossime elezioni presidenziali, Marine Le Pen rischia di essere la vera novità nel panorama politico francese. Non solo per l’ampio e crescente consenso, confermato da un recente sondaggio TNS Sofres, che gode tra l’elettorato d’Oltralpe. Ma soprattutto per essere riuscita nel giro di un anno a dare più che una semplice riverniciata al partito di estrema destra fondato dal padre nel 1972. Al punto che tra lei e il suo predecessore, almeno dal punto di vista lessicale e degli obiettivi, è ormai difficile trovare, oltre al cognome, un punto in comune.

Il perché è presto detto. L’affascinante Marine è convinta che per rilanciare l’FN occorre ridisegnarne l’immagine e, per certi versi, c’è già riuscita. Donna in carriera, divorziata, paladina degli omosessuali e degli ebrei, anti-nazista, statalista, no global. Sono questi i più importanti ingredienti della magica ricetta che le ha permesso di trasformare in così poco tempo la vecchia formazione politica di estrema destra in un partito di destra post-moderno, seppur dai toni sempre accesi. Che rientra ormai a pieno titolo nella nuovissima famiglia del neopopulismo europeo. La quale annovera tra i suoi esponenti di spicco, ad esempio, Geert Wilders che oggi con il suo Freedom Party è indispensabile per la sopravvivenza del governo olandese.  

Parliamo, in sostanza, di tutti quei partiti, nati negli stati più ricchi e liberali del Vecchio Continente, noti semplicemente per il loro anti-europeismo e i proclami anti-immigrati, che hanno avuto la capacità di superare i tradizionali schemi politici. Abbandonate le valigie ideologiche del secolo scorso, giocano da battitori liberi, avvalendosi come bussola esclusivamente del pragmatismo. Un modus operandi che permette loro di dare risposte immediate e concrete ai problemi reali di una fascia sempre più ampia e trasversale di cittadini.

Tant’è che, sondaggi alla mano, si scopre, ad esempio, che i potenziali elettori del Front National appartengono a diverse classi sociali e fasce di età: dagli operai e dagli impiegati pubblici dei grandi agglomerati urbani, alla popolazione delle zone rurali, passando per gli under-35, fino ad arrivare, addirittura, a una parte degli attivisti per i diritti omosessuali e, persino, a un pezzo, seppur ancora marginale, della middle class. Dati inimmaginabili fino allo scorso gennaio che fanno di Marine Le Pen se non una possibile vincitrice della corsa all’Eliseo, quantomeno una vera e propria minaccia non solo per l’UMP di Nicolas Sarkozy, ma anche per i socialisti di François Hollande e per l’estrema sinistra.

Certo rimane da capire se la capitalizzazione del malessere sociale si tradurrà in un’azione di governo che rispetti le regole democratiche o meno. Tuttavia, al netto che la storia degli ultimi dieci anni dimostra come l’esercizio del potere produca una certa moderazione di questi partiti (si pensi, ad esempio, all’FPO di Jorg Haider), ciò che qui preme sottolineare è che, piaccia o no, l’assoluta novità della premiata ditta LePen&co sta nel metodo: hanno intuito in largo anticipo rispetto alle tradizionali famiglie politiche del Vecchio Continente che l’unica via per adeguarsi alla straordinaria, e senza precedenti, velocità di trasformazione della società post-industriale è quella di liberarsi di ogni vecchia zavorra ideologica.