Lesbo, cartina di tornasole delle politiche di accoglienza

La piccolissima isola greca del Mar Egeo, Lesbo, vive una grave crisi umanitaria. Lontana dai riflettori, quella che fu il luogo natio della poetessa Saffo, negli ultimi 5 anni è stata trasformata nel più grande hotspot per migranti d’Europa. Il picco di arrivi si registrò nel 2015-2016, quando la Grecia accolse più di 853.000 persone, in maggioranza siriana. Dopo alcuni anni di relativa calma, negli ultimi 8 mesi gli sbarchi sono ripresi massicciamente. A settembre nei campi allestiti sulle isole dell’Egeo si contavano più di 25mila tra rifugiati e immigranti economici. Una situazione esplosiva aggravata dalla crisi economica che da oltre un decennio piega l’Ellade. Mettendone a dura prova la tenuta del tessuto sociale. Nonostante questo difficilissimo scenario, Lesbo, secondo il Migration Policy Institute [1] di Washington, nel campo della gestione dei centri di accoglienza rappresenta a livello internazionale un’esperienza su cui vale la pena riflettere.

Il perché è presto detto. All’interno dell’isola esistono due hotspot: quello di Moria gestito dalle autorità centrali elleniche, e quello di Kara Tepe gestito dalla locale municipalità. Occorre ricordare che il primo fu aperto nel 2013 dal governo di Atene usando fondi nazionali e comunitari. Al momento, nonostante la sua capienza sia di 3mila anime, ne accoglie più di 12mila. Una sovrappopolazione che ha trasformato il centro in un’immensa baraccopoli teatro di continue violenze. Come quella dello scorso 30 settembre, quando il fuoco appiccato a due container ha causato la morte di un bambino e di sua madre. Uno scenario inumano nel quale i rifugiati restano rinchiusi anche anni.

A Kara Tepe, invece, si respira tutt’altra aria. Questo accampamento municipale, gestito d’intesa dai dipendenti del locale comune e dai volontari delle Ong, non ha mai accolto più dei 1.200 rifugiati di cui è capace. Non solo, ma è bene sottolineare che il responsabile Stavros Mirogiannis è riuscito ad imporre regole che tutti rispettano, oltre a creare aree comuni di svago e di socializzazione per le 260 famiglie, ognuna delle quali dispone di un suo autonomo container. Sulla base di queste due esperienze il Migration Policy Institute ha concluso la sua ricerca segnalando la superiorità, per quanto riguarda la protezione dei rifugiati, degli attori locali rispetto a quelli molto più lontani di Atene e di Bruxelles. Ma non è tutto oro quel che luccica, visto che anche la virtuosa Kara Tepe è costretta a fare i conti con la storica lentezza e la grave corruzione della burocrazia greca. Un male per il quale alcuni docenti dell’Università di Atene hanno suggerito come cura quella di trasferire i fondi dell’Unione (in 4 anni la Grecia ha ricevuto 2,21 miliardi di euro) alle municipalità locali saltando l’amministrazione centrale. Idea che non sembra affatto piaciuta al nuovo governo di centrodestra che invece pensa di usare i finanziamenti europei per rafforzare i pattugliamenti navali nell’Egeo e aumentare le espulsioni .