L’Europa rischia più con l’immigrazione che con la Grecia

Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Come l’Europa che mentre sulla Grecia continua, da mesi, ad inanellare incontri e vertici ai massimi livelli, sull’immigrazione, invece, ieri ha pensato bene, ancora una volta, di rinviare ogni decisione a tempi migliori. Un errore grave che rischia di essere capitale. Per il semplice motivo che il caso della prima, per quanto difficile, rappresenta per il futuro prossimo venturo dell’Unione un problema assai meno grave di quello posto dalla seconda. Per più ragioni.

La prima è che mentre il caso greco riguarda l’Europa del passato, quello dell’immigrazione è destinato a condizionare, nel bene o nel male, lo scenario politico, sociale e culturale europeo dei prossimi decenni. D’altra parte è sempre più diffusa la convinzione che imporre alla Grecia di restare a tutti i costi nel club bruxellese non rappresenti per l’Europa l’ante murale più efficace contro le spinte centripete ed anti unioniste che spuntano al suo interno ormai  come funghi. Replicando lo stesso errore del passato quando ha fatto finta di non sentire o capire i “no” ai trattati europei dei referendum francese ed olandese del 2005 e, successivamente, di quello irlandese nel 2007.

La seconda e più seria ragione è figlia di una sorta di strabismo politico-culturale. Che sembra impedire all'Europa di agire sulla base di una realistica, aggiornata percezione delle dimensioni qualitative e quantitative dei problemi. Al punto di dannarsi l’anima per un paese che, con tutto il rispetto, rappresenta meno dell’1,7% del prodotto lordo del continente e di fronte all'immane tsunami dell’immigrazione convincersi che decidendo di non decidere prima o poi passano anche i guai.