L’immigrazione della grande trasformazione

Se, scusandoci di non andare troppo per il sottile, dovessimo indicare quale è il minimo comun denominatore alla base della ventata politica che nel giro degli ultimi due anni ha sconvolto i vecchi assetti politici delle democrazie occidentali risponderemmo: l’immigrazione. Che senza volerlo né saperlo ha mobilitato ed unificato nella rivolta i gruppi sociali meno protetti, ma più numerosi, di realtà nazionali tanto lontane geograficamente quanto diverse per storia, cultura e, soprattutto, livello dello sviluppo economico.

Un evento di enorme portata. La cui dinamica “contagiosa” ricorda per molti aspetti quello, di segno opposto, innescato cinquant’anni fa dai giovani studenti del ’68. Ed al pari di quello destinato a produrre conseguenze con le quali, negli anni a venire, saremo obbligati a fare i conti. Per la semplice ragione, come acutamente spiegano Ronald Inghelart e Pippa Norris nel pagine di “Trump, Brexit, and the Rise of Populism”, quella a cui oggi assistiamo è una sorta di silent controrevolution dei modelli culturali e degli stili di vita che per decenni hanno dominato l’affluente Occidente industrializzato. Contro i quali, oggi, l’esercito dei lasciati indietro delle nostre società ha invece deciso, sentendosi messo al muro dall’arrivo di tanti (e per loro troppi) stranieri, di passare alla riscossa. Puntando i piedi e votando no ad un mondo nel quale la sola diversità che non conta, perché priva di glamour, è la loro: economicamente precari, nati in loco, non più giovani e, possibilmente, anche poco attrezzati culturalmente per apprezzare, e godere, il fascino del vivere globale.

Un problema serio sul quale, nonostante l’impresentabilità dei politici che oggi provano a sfruttarlo a proprio uso e consumo, è doveroso ragionare e tentare di trovare una risposta. Riconoscendo, come prima cosa, che se è vero che l’immigrazione è una risorsa, è altrettanto vero che dei suoi benefici profitta non tutta ma solo una parte della società. Proprio quella che, di solito, non sa e non intende neppure sapere cosa significa sentirsi stranieri a casa propria.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

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