L’immigrazione, una mina per il governo Draghi

E’ noto che i governi di coalizione sostenuti da partiti culturalmente e politicamente tra loro molto diversi nascono sulla base di un temporaneo, reciproco obbligo di convenienza. Che il più delle volte, però, nasconde un non detto tra i suoi contraenti. Che nel caso del nuovo Esecutivo guidato da Mario Draghi riguarda l’immigrazione.

Un’ omissione tanto più seria perché obbligata. Visto che l’immigrazione avrebbe rappresentato per questi partiti, dopo anni di aspre e mai sopite contrapposizioni, uno scoglio insormontabile alla loro comune  partecipazione ad un Esecutivo di unità nazionale imposto dalle gravi emergenze sanitarie ed economiche che affliggono il nostro Paese. Ma in politica, purtroppo, non è detto che il non detto, anche se obbligato, anziché un’assicurazione non possa invece rappresentare un pericolo per la tenuta della coalizione di governo. Di cui si era già avuto sentore poco tempo fa quando il neo segretario del PD Enrico Letta aveva proposto di modificare le attuali norme di concessione della cittadinanza per i figli degli immigrati.

E come dimostrano, ancora più drammaticamente, le infiammate polemiche innescate in questi giorni dal boom di sbarchi a Lampedusa. Con la destra, di governo e di opposizione, che chiede di serrare le frontiere e un blocco navale davanti le coste libiche e la sinistra che invoca la solidarietà dell’Unione Europea. E in mezzo la Ministra degli Interni che rievoca il rilancio dell’accordo di Malta del 2019. Che aveva stabilito un meccanismo di redistribuzione dei richiedenti asilo soccorsi nel Mediterraneo tra un gruppo ristretto di partner UE, inclusa la Germania che stavolta, con la Merkel al tramonto, sembra pronta a tirarsi fuori da questa partita.

Un quadro caotico che rischia, ancora una volta, di essere il contesto ideale per i trafficanti di esseri umani prontissimi ad approfittare della bella stagione per moltiplicare il numero delle partenze dalla Libia. A questa minaccia il governo Draghi sembra intenzionato a rispondere con l’istituzione di una cabina di regia tra il Ministero degli Interni, della Difesa e degli Esteri per proporre azioni rapide e concrete. Un segnale di discontinuità rispetto al non detto di qualche settimana fa che solo il tempo dirà se è arrivato troppo tardi.