L’isola della vergogna europea

Il campo profughi di Moria è il fallimento morale dell’Europa. In questo centro di accoglienza situato sull’isola greca di Lesbo, infatti, i valori fondanti dell’Ue, ovvero solidarietà, rispetto dei diritti umani, protezione di chi fugge da guerre e violenze, vengono calpestati dalla burocrazia, l’indifferenza e la mancanza di volontà della politica. È una condanna senza appello quella contenuta in lungo “reportage dall’inferno” appena pubblicato dalla rivista statunitense The Atlantic. Che non esita a definirlo un luogo simbolo dei danni collaterali della Storia contemporanea (Afghanistan, Siria, Turchia). Un accampamento prossimo al collasso dove, rispetto ad una capienza “ufficiale” di 3.000 posti, sono invece da mesi costrette a sopravvivere in condizioni disumane oltre 13mila persone, per la metà bambini e ragazzi, di cui 1.000 senza genitori.

Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Dove violenza, prostituzione, anche minorile, e spaccio di droga sono all’ordine del giorno. Così come rivolte e incendi, che hanno già causato numerosi morti e feriti, e una situazione sanitaria ai limiti dell’estremo. Eppure nonostante il grido d’allarme degli operatori umanitari, il governo greco, che con fondi europei gestisce questa struttura, continua a far finta di niente. Il tutto aggravato dalla lentezza e dall’inefficienza burocratica che non solo ritarda di anni l’esame delle richieste di asilo ma, in molti casi, impedisce anche ai minori non accompagnati di ricongiungersi con i familiari che già si trovano in altri Stati europei. Inoltre i trasferimenti promessi dall’isola alla terra ferma procedono col contagocce, dal momento che il governo di Atene non ha mai rispettato la promessa di creare centri d’accoglienza in altre aree del Paese.

Ad aggravare la crisi si è aggiunta negli ultimi mesi anche la ripresa degli sbarchi: nel 2019 in Grecia sono arrivate oltre 45 mila persone, più di quelle giunte in Italia, Spagna e Malta messe insieme. 12.500 nel solo mese di settembre. Si tratta del numero più alto da marzo 2016, quando Bruxelles previo un versamento di 6 miliardi di euro demandò al governo turco il compito di bloccare il flusso di profughi siriani verso il Vecchio Continente. Questo accordo è ancora valido, nonostante il presidente turco Erdoğan continui a minacciare di inviare milioni di profughi in Europa. Ma l’instabilità crescente in tutto il Medio Oriente ha comunque portato ad un aumento degli sbarchi in Grecia, che inevitabilmente ha reso ancora più grave la crisi umanitaria nel campo di Moria. Eppure rispetto al 2015, quando si registrò la grande ondata di arrivi, se qualcosa è cambiato è in peggio. In 5 anni l’emergenza si è trasformata in normalità.

E qui The Atlantic pone la domanda delle domande: come è potuto accadere. Come è stato possibile che l’Europa, la culla della civiltà, abbia permesso che a Moria nascesse un campo simbolo di disumanità. La risposta è semplice e risiede nell’incapacità dell’Ue di dotarsi di una politica dell’asilo in grado di aiutare i singoli Stati a sopportare il peso di un’emergenza umanitaria dalla portata storica. Sarebbe perciò bastato un piccolo sforzo comune, invece del prevalere degli egoismi nazionali, per evitare un disastro che rischia di trascinare il Vecchio Continente verso l’abisso.

Grazia De Vincenzis

Giornalista con 25 anni di attività nel mondo dell’informazione cartacea, digitale e radiofonica.

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