L’Italia dell’immigrazione ha bisogno di una nuova leva militare

Il servizio militare obbligatorio può essere un formidabile strumento di integrazione degli immigrati. A sostenerlo è Ori Swed, sociologo dell’università del Texas, autore, con il collega John Sibley Butler, di uno dei più importanti studi internazionali sulle conseguenze sociali della vecchia, e da molti odiata, leva. Lo abbiamo intervistato.

In Europa il servizio di leva obbligatorio vive, oggi, una seconda vita. Dalla Lituania alla Svezia, aumentano, infatti, i governi che, dopo averlo abolito negli anni Novanta del secolo scorso, hanno deciso di reintrodurlo. Può aiutarci a capire il perché?

Per almeno due ragioni geopolitiche. La prima si chiama Russia. Mosca investe moltissimo per il proprio apparato militare che è una minaccia per gli Stati dell’Europa Nord-Orientale. La seconda: la politica estera americana ispirata al principio dell’”America First” del Presidente Trump ha pesanti conseguenze sul sistema di sicurezza europeo. Contrariamente a quanto avvenuto da mezzo secolo a questa parte, l’UE, in caso di minacce e attacchi militari esterni, non ha più la certezza di poter contare sulla protezione USA. E’, soprattutto, per questo che nel Vecchio Continente si fa largo l’ipotesi di un ritorno al servizio militare obbligatorio.

Gli stereotipi di un tempo sulla leva militare (inutile perdita di tempo; fa perdere l’occupazione a chi ce l’ha; ritarda l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, etc.), secondo lei sono ancora giustificati?

Molto dipende dal livello di professionalità e dalle capacità di chi ne fa parte. Come in molti altri ambiti, esistono buoni e cattivi esempi. In linea generale, è possibile sostenere che gli eserciti di mezzo mondo sono sempre più specializzati. Perché devono essere pronti a fronteggiare guerre che sono sempre più sofisticate e complesse. Questo fa sì che i soldati del nuovo Millennio debbano imparare a usare non solo le armi ma anche il know-how tecnologico e a saper operare, lavorare e comunicare in gruppo. Caratteristiche che, a ben vedere, sono, oggi, poi preziosissime e spendibili, una volta conclusa la leva, nel mondo del lavoro. Da questo punto di vista il caso israeliano è emblematico. C’è, infatti, una sinergia tra apparato militare e industria hi-tech tale che il primo è da tempo il principale bacino di manodopera della seconda.

Per i paesi come l’Italia che nel giro di pochi anni sono diventati da terre di emigrati a mete di immigrazione di massa, il ritorno alla leva militare potrebbe essere un valido strumento per favorire l’integrazione dei nuovi arrivati e, in particolar modo, delle loro seconde generazioni?

Assolutamente sì, a patto che si introducano delle riforme politiche e militari. Provo a spiegarmi. L’esercito è tradizionalmente pensato per trasformare i civili, non in buoni cittadini, ma in militari. Ecco perché per diventare uno strumento di integrazione dei figli degli immigrati, il servizio militare obbligatorio non può essere tale a quale a quello d’un tempo. Primo: è indispensabile che all’interno delle forze dell’ordine vengano promossi programmi di integrazione attagliati alle esigenze dei target di riferimento, siano essi le seconde generazioni o altri specifici gruppi sociali. Secondo: è bene notare che la circoscrizione obbligatoria porta, evidentemente, ad un aumento del numero di soldati disponibili per i quali occorre programmare in anticipo mansioni e obiettivi. In caso contrario, si rischia di utilizzarli a destra e a manca come bassa manovalanza, cosa che rischierebbe di rafforzare lo stereotipo del servizio militare come inutile perdita di tempo. Terzo: il servizio militare deve essere pensato anche come strumento di formazione professionale. Questa significa, come dicevo sopra, che il soldato del nuovo tipo deve acquisire expertise spendibili in settori altamente specializzati del mondo del lavoro. Quarto: la politica deve fare la sua parte. Soprattutto promuovendo e supportando a livello normativo, questo nuovo concetto di leva

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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