Mediterraneo e immigrazione, parla Carlotta Sami

Carlotta Sami, portavoce dell’Agenzia Onu per i rifugiati (UNHCR), è da anni in prima linea nella gestione della crisi migratoria e umanitaria nel Mediterraneo. L’abbiamo intervistata.

Il caso Sea Watch con le responsabilità politiche del governo italiano dimostra una polarizzazione degli schieramenti tra fermezza senza buon senso e flessibilità senza princìpi. L'UNHCR non potrebbe giocare un ruolo di mediazione proponendo ad esempio l’apertura dei porti italiani in cambio di una immediata redistribuzione dei migranti tra gli altri paesi UE?

Durante l’incontro dei Capi di stato e di governo UE dello scorso ottobre, UNHCR ed OIM hanno lanciato un appello congiunto ai leader europei per adottare misure urgenti atte ad evitare nuovi decessi tra gli immigrati che dall’Africa provano a raggiungere l’Italia attraverso il Mediterraneo. I leader delle due organizzazioni hanno richiamato l’attenzione sul fatto che, nonostante il calo degli arrivi via mare, in alcuni Paesi il dibattito politico sull’immigrazione ha raggiunto livelli di tensione senza precedenti. Uno scontro che alimentando inutili timori, complica la collaborazione tra gli Stati e impedisce di trovare soluzioni innovative. E’ necessario che, fino a quando la Libia non sarà considerata un porto sicuro, tutti gli Stati dimostrino responsabilità e solidarietà per i migranti e i rifugiati che rischiano di morire in mare. L’attuale approccio “nave per nave” deve essere sostituito da un meccanismo di sbarco sicuro e ordinato nel Mediterraneo Centrale.

La Commissione UE sta valutando se e come introdurre visti umanitari europei che ogni stato membro, attraverso le ambasciate, può rilasciare a chi dimostra di necessitare protezione internazionale e di entrare in tutta sicurezza in Europa per chiedere asilo. Può essere questa una sorta di terza via percorribile?

L’UNHCR e l’OIM hanno sollecitato i leader europei a trovare soluzioni pratiche da adottare con estrema urgenza tenendo conto della necessità di garantire che le responsabilità siano condivise tra gli Stati europei. Ma servono maggiori sforzi da parte dell’UE e della comunità internazionale per impedire che rifugiati e migranti intraprendano viaggi disperati. C’è bisogno di più vie sicure e legali di accesso alle procedure d’asilo in Europa per quanti fuggono da guerre e persecuzioni, in modo che nessuno sia costretto a credere che non esista altra possibilità se non quella di affidarsi a trafficanti senza scrupoli.

Nell'attesa che si raggiungano soluzioni di ampio respiro come quelle della Commissione europea, che fare di fronte ad eventuali nuovi casi Sea Watch? Si potrebbe, ad esempio, valutare un trasbordo dei naufraghi dalla nave delle Ong a quelle sotto egida Frontex dove distinguere immigrati economici e rifugiati?

Le procedure per la definizione dello status di rifugiato sono complesse e prevedono una valutazione molto accurata dei casi. I richiedenti asilo sono spesso traumatizzati, hanno subìto violenza o sono stremati dopo la lunga prigionia nei centri di detenzione in Libia. Fra le persone soccorse ci sono casi vulnerabili che hanno urgente bisogno di cure mediche e di assistenza psicologica. E’ escluso che si possa procedere alla definizione dello status di rifugiato in tempi così brevi ed in una condizione di precarietà quale può essere rappresentata da una nave in alto mare, per giunta immediatamente dopo il trasbordo.