Nella politica USA c’è una vittima zero del Covid 19

Da ieri negli USA tutti sanno qual è la vittima politica zero da coronavirus: il partito democratico. Che per bocca di Joe Biden, il candidato predestinato a sfidare per l’opposizione Trump alle presidenziali di novembre, ha reso noto che la Convention finale di Milwaukee sarà posticipata di un mese: dal 13 luglio alla stessa data di agosto.

Una decisione che pur se nell’aria, data la gravità della pandemia, è per le rigide procedure protocollari che informano la liturgia politica statunitense un segnale di allarme. Infatti per quanto a nostra conoscenza almeno nell’America post Seconda Guerra Mondiale non era mai accaduto che il partito democratico e quello repubblicano abbiano mai modificato, dopo averla fissata con larghissimo anticipo, la data di apertura di una delle loro rispettive Convention. Che, com’è noto, sono la sede in cui i delegati selezionati con una lunghissima e spesso assai combattuta battaglia delle primarie “incoronano” il candidato presidente del loro partito. Ma per avere piena cognizione della rilevanza della novità contenuta nella comunicazione data l’altra sera via YouTube dall’ex vice di Obama vale la pena ricordare che neppure negli anni delle ruggenti contestazioni studentesche contro la guerra del Vietnam si era mai neppure presa in considerazione un’opzione di rinvio come l’attuale. Tanto è vero che nella tragica Chicago del 1968o Lyndon Johnson e tutti i maggiorenti del partito dell’asinello pur assediati dalla furia di centinaia di dimostranti per la pace scelsero le baionette della Guardia Nazionale pur di consentire alla loro Convention di iniziare i propri lavori nel giorno ed all’ora prefissati.

Allora perché il cambiamento di oggi? Soprattutto per due ragioni tra loro strettamente concatenate. La prima è che la furia della pandemia ha spinto sia democratici che repubblicani a “silenziare” le rispettive campagne elettorali TV. Per evitare di apparire agli occhi di un’opinione nervosamente impaurita di essere interessati più al tornaconto di parte che a quello generale della nazione. Un de-escalation del braccio di ferro elettorale che ha però avuto come risultato di permettere a Trump, nel ruolo istituzionale di Presidente di un paese in guerra, di comparire in video ad ogni ora e su tutti i canali della rete. Cosa che gli ha consentito di riportare il rating del gradimento pubblico alla soglia del 49% raggiunto solo al momento del suo insediamento alla Casa Bianca.

Una spina nel fianco per l’opposizione democratica ulteriormente aggravata da una recente rilevazione Post/ABCNews. Che avrebbe accertato l’esistenza di uno scarto pari a 12 punti tra l’entusiasmo degli elettori repubblicani per la candidatura del magnate newyorkese e quello dei democratici per quella di Biden. Quello dell’entusiasmo anche se può apparire bizzarro è però un indicato che molti analisti tengono invece nel dovuto conto. Non fosse altro perché in passato il minor entusiasmo degli elettori di John Kerry rispetto a quelli di George W. Bush nel 2004; di quelli di John McCain rispetto ai supporter di Obama nel 2008 così come quelli di Mitt Romney rispetto a quelli di Obama nel 2012 fu per tutti e tre il segno premonitore della debacle elettorale che li avrebbe attesi nelle urne.