Neopopulismo: il caso Olanda

Dopo le grida di preoccupato allarme per il successo elettorale del partito di Geert Wilders, sulla situazione politica olandese è sceso un colpevole silenzio. Un disinteresse tanto più colpevole se si tiene conto che l’incertezza e l’instabilità politica è quanto mai inusuale per un paese dalle nobili tradizioni democratiche. Quello olandese, dunque, è un problema al quale l’intera Europa deve prestare attenzione.

Perché in Olanda, a quasi tre mesi dalle ultime elezioni politiche, la formazione di un nuovo governo è sempre più un rebus?  La verità è che la tornata elettorale dello scorso giugno ha prodotto soltanto frammentazioni e incertezze nell’instabile scenario politico olandese. La débacle dei due grandi partiti, quello democristiano (21 seggi) e quello laburista (30 seggi); la vittoria stentata del partito liberale (31 seggi) che deve fare i conti con il Partito della Libertà (PVV) di  Geert Wilders (passato da 9 a 24 seggi), non solo ha reso quasi impossibile la nascita di un nuovo esecutivo, ma ha anche posto una questione più generale.

Fin dai tempi di Weimar, infatti, le democrazie occidentali si interrogano su come relazionarsi con le formazioni politiche extra-parlamentari. Escluderle dal gioco democratico o favorire una loro inclusione? E, quest’ultima opzione non può tradursi in un cavallo di Troia degli estremisti?

Insomma  Amsterdam è come Weimar? E’ questo l’enigma che ancora oggi rallenta la formazione del nuovo esecutivo olandese. A noi non sembra così. Per almeno due ragioni.

La prima, sappiamo che la storia dei partiti neo-populisti europei negli ultimi due decenni ha seguito percorsi diametralmente opposti a quello registrato nella Repubblica tedesca tra le due guerre mondiali.

Come ha affermato il politologo francese Jean-Yves Camus in un’intervista al nostro giornale, le formazioni cosiddette populiste, dopo gli straordinari successi elettorali degli esordi, si sono sistematicamente trovate a un bivio: moderarsi per entrare in Parlamento e nel governo o continuare sulla strada dell’estremismo. Che però si è sempre rivelata senza sbocco.

In questo senso, se il PVV, com’è probabile, fornirà un appoggio esterno al nuovo esecutivo olandese, è possibile sostenere che nel breve periodo Geert Wilders non rinuncerà alle sue sortite anti-immigrati e anti-Islam. Tant’è che ha già annunciato di voler partecipare alle celebrazioni dell’11 settembre a New York per manifestare contro il progetto che prevede la costruzione di una moschea nei pressi di Ground Zero. Sul lungo periodo, però, Wilders dovrà scegliere se limare gli atteggiamenti più estremisti per trasformare il PVV in un partito di governo o continuare a fare il capo popolo. In quest’ultimo caso i successi degli ultimi anni potrebbero trasformarsi in un fuoco di paglia. Fermo restando che in politica nulla è immutabile e, dunque, conviene sempre stare allerta. Evitando la tentazione del tacchino induttivista.

Senza dimenticare, ed è questa la seconda ragione, che i grandi partiti e, più in generale l’establishment olandese, per sopravvivere devono fare i conti con le sfide e le problematiche poste dal biondone capo-popolo. Non solo in tema di immigrazione, ma anche per quanto riguarda le politiche di welfare. Lasciare il monopolio di questioni così delicate alle forze anti-sistema non sembra consigliabile.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

Neopopulismo

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