Nicolini fa rima con Salvini

Oltre che con i cognomi, è sull’immigrazione che Matteo Salvini e Giusi Nicolini fanno rima. Il leader della Lega e l’ex-sindaca di Lampedusa, soffiano, sia pur da lati opposti, sul fuoco dell’immigrazione. Lui capofila dello schieramento securitario. Lei tra i portavoce del movimento del laissez-faire umanitario. Il primo chiede porti chiusi e tolleranza zero. La seconda vuole porti aperti e massima tolleranza verso gli ultimi che dall’Africa cercano rifugio da noi.

I due sono all’apparenza come l’acqua e l’olio. Ma nei fatti rappresentano l’incastro perfetto, l’asse dei due estremi ideologizzati che sta trasformando la gestione dell’immigrazione in Italia in una bomba ad orologeria. Tanto più in tempi di pandemia.

A confermare l’entente cordiale di Mr e Miss –ini è, in ordine tempo, la posizione espressa nei confronti delle cosiddetta navi-quarantena anti Covid-19 usate in questi giorni di fronte ai nostri porti per la prima accoglienza degli immigrati. Una soluzione, pragmatica, richiesta a gran voce da uno schieramento trasversale di sindaci di frontiera per evitare il pericolo di un contagio tra i nuovi arrivati e comunità locali, come ad esempio Lampedusa, Pozzallo e Porto Empedocle. Inutile dire che anche su questa scelta di buon senso, i due schieramenti, qui rappresentati dal Signor e dalla Signora –ini, che dominano da decenni l’agone della politica migratoria italiana, si sono accapigliati.

Il gruppo del laissez-faire umanitario ha denunciato quella che è stata definita una quarantena politico-ideologica giustificata dall’emergenza sanitaria col solo reale obiettivo di discriminare e affibbiare l’etichetta di untori ai nuovi vulnerabili arrivati.

Il team securitario risponde che ancora una volta l’Italia spreca risorse dei contribuenti (i rumors parlano di €1,5 mln al mese per nave) per accogliere, anziché respingere chi bussa alla nostra porta.

Eppure i sindaci, di destra e di sinistra, che quotidianamente fanno i conti sul come gestire la ricezione dei migranti, hanno ripetuto anche durante una recente audizione parlamentare al Comitato Schengen, di condividere l’opzione degli “hotspot galleggianti”. Anzi, ne chiedono di più.

Si tratta, peraltro, di una soluzione che potrebbe segnare, forse senza saperlo né volerlo, una sia pur involontaria svolta epocale per le politiche di asilo in Italia. Oggi le usiamo per evitare il potenziale rischio contagio tra i nuovi arrivati e le popolazioni ospitanti. Domani potrebbero essere lo strumento ideale per distinguere il luogo del riconoscimento da quello dell’accoglienza che rappresentano i veri punti dolens della questione.

Il primo, la possibilità che anche chi non ha diritto d’asilo una volta messo piede sulla terraferma si dilegui nell’attesa che le autorità valutino la sua domanda, rendendone impossibile il rimpatrio.

Il secondo, la prassi di addossare alle nazioni (e ai comuni) di frontiera l’onere di gestire la pressione di migratoria dal continente africano. Visto che una volta riconosciuti gli immigrati sugli “hotspot galleggianti”, potrebbero essere redistribuiti nel resto d’Italia o, cosa auspicabile, d’Europa.

E' una luce di buon senso nel tunnel ideologizzato in cui si trova, prima e dopo Minniti, la gestione dell’immigrazione in Italia.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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