Non basta dire populismo xenofobo

I risultati delle elezioni svedesi sono stati una nuova, ulteriore conferma del “malessere nord europeo” segnalato da Francesco Molica nell’editoriale del giornale di venerdi’ scorso. Che sta mettendo in crisi equilibri politici e comportamenti collettivi ultradecennali in paesi da sempre considerati come la quintessenza della stabilità. Uno scenario di cui l’immigrazione rappresenta se non l’unica causa certamente il detonatore. Perché oggi in Svezia e ieri in Olanda,Danimarca, Austria, Svizzera e nel Belgio fiammingo settori consistenti della popolazione abbandonano i partiti nei quali si erano riconosciuti per anni e votano quelli classificati, con un rozzo e superficiale stereotipo, populisti?

La verità è che l’immigrazione sta producendo quello che i politologi americani definiscono un political disconnect. Una sconnessione negli interessi reali e nelle percezioni culturali dei gruppi sociali più svantaggiati, e oggi pesantemente puniti dalla crisi, e quelli degli establishment nazionali. Che apre vere e proprie praterie ad imprenditori politici, spesso sconosciuti, ma decisi a farsi largo con tutti i mezzi nelle strette maglie del potere tradizionale. La verità è che nel Dna dell’immigrazione si annida una strutturale contraddizione: tra la spinta all’apertura verso gli immigrati da parte dell’economia e la chiusura ostile dei settori più deboli della società. L’economia li vuole, la società no. L’immigrazione dal punto di vista sociale non è a somma positiva, win-win. Tutti vincitori. Ma a somma zero: c’è un winner ed un looser. Uno vince e l’altro perde. Per questo è inutile continuare a denunciare il rifiuto di tanti nei confronti degli immigrati solo come frutto di manipolazioni xenofobe.

Nessuna ideologia, neppure la più diabolica, è infatti capace di fare presa sul comportamento collettivo in assenza di fenomeni reali o percepiti dai gruppi sociali svantaggiati come una minaccia. Tanto più in realtà come quelle nordeuropee basate su sistemi spinti di welfare e di relazioni forti di solidarietà interna. Che entrano in crisi se saltano i fondamentali su cui sono nati e cresciuti: le barriere nazionali e la distinzione, tipica delle comunità chiuse, tra i diritti degli insider e quelli degli outsider. Un mondo impaurito dal meccanismo “dentro-fuori” della moderna roulette sociale che senza andare troppo per il sottile, pur di rimanere “dentro”, pensa bene di prendersela con quelli che vengono da “fuori”

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

Neopopulismo

Analisi e commenti sui populismi del nuovo tipo.

Iscriviti alla newsletter: