Non c’è un’unica integrazione per tutti gli immigrati

Adriano Cancellieri è sociologo all’università Iuav di Venezia. Ha appena pubblicato Migranti e Spazio urbano nell’ultimo numero della rivista Il Mulino.

D: In un suo ultimo articolo lei sostiene, in estrema sintesi, che parlare di integrazione degli immigrati significa tutto e niente. Ci può spiegare che cosa intende?

R: Tutti parlano di immigrazione mischiando temi completamente diversi e producendo una sorta di maionese impazzita e inservibile. L'immigrazione è un fenomeno naturale come la pioggia o il sole; bisogna smetterla di perdere a tempo a discutere se è 'buono' o 'cattivo'. Bisogna solo iniziare a prendere e gestire uno a uno i mille aspetti, i tanti problemi e le mille potenzialità che si generano da questi fenomeni naturali.

D: In Italia non si fa altro che parlare della necessità di integrare gli immigrati. Ma, secondo lei, negli ultimi vent'anni quali passi sono stati fatti in questa direzione?

R: L'Italia è un Paese che fa fatica a generare politiche di ampio respiro non solo sul tema immigrazione; in positivo questa mancanza ha permesso di produrre tante piccole esperienze di innovazione, giustizia e inclusione sociale, supportate ogni giorno da tantissimi italiani; in negativo ha fatto sì che è stato impossibile costruire strade e percorsi solidi, strutturati capaci di far avanzare in modo sistematico il nostro Paese. Siamo sempre all'inizio, sempre in emergenza.

D: Mi pare di capire che a suo avviso in materia di immigrazione il conflitto non è necessariamente un fattore negativo. Puoi spiegare ai nostri lettori il perché?

R: Il conflitto è costitutivo dell'agire umano e quindi anche in tema di immigrazione non trovo strano che si generino conflitti. Quelli distruttivi vanno evitati ma tutti gli altri sono spesso un'occasione di conoscenza e di trasformazione. Se finalmente ci decidessimo a leggere e poi a lavorare seriamente sulle singole questioni (anche conflittuali) aperte dall'immigrazione scopriremmo che sul lavoro il vero conflitto è tra chi sfrutta la manodopera e chi vuole riconoscere la dignità del lavoro, sulla questione di genere è tra maschilismo e parità di genere, sulle cosiddette seconde generazioni il conflitto è tra possibilità dei giovani di trovare una propria strada e vedere riconosciute le proprie aspirazioni e competenze e insiders che cercano di conservare il proprio potere e in tutti questi conflitti la lotta non è tra italiani e immigrati ma è assolutamente trasversale. Negli ultimi anni, invece, abbiamo preferito riprodurre un assurdo conflitto italiani e immigrati che è privo di senso da un punto di vista empirico ed è, soprattutto dal punto di vista sociale e politico, pericoloso.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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