Non è gridando al fascismo che si combatte Salvini

Se i nemici di Salvini, anziché accontentarsi di fare propaganda sproloquiando di un inesistente fascismo di ritorno fossero convintamente intenzionati a combatterlo, dovrebbero avere il coraggio, come giustamente afferma Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di oggi, di mettere in campo una politica dell’immigrazione seriamente alternativa. Riconoscendo che gli italiani, per come sono fatti e pensano, votandolo hanno lanciato un messaggio sull’immigrazione che non è quello della chiusura etnica. Ma la richiesta, ai limiti della pazienza, di un suo ragionevole ma efficace governo.

Che assicuri, nella misura del possibile: a) l’agibilità normativa ed amministrativa necessaria per selezionare non solo il numero ma la qualità di chi dall’estero decide di vivere e lavorare nel nostro paese (compresi i veri rifugiati); b) l’effettiva integrazione dei nuovi arrivati con l’obbiettivo di consentire a coloro che lo meritano e lo vogliono di divenire, in tempi più rapidi e meno discrezionali degli attuali, da stranieri nuovi cittadini; c) la sanzione certa non solo dei grandi ma anche dei piccoli reati. Nella consapevolezza di quanto gli anni di giustificazionismo sociologico dei comportamenti trasgressivi, spesso minuti ma quotidianamente ripetuti da molti stranieri,hanno offeso e irritato larga parte della nostra pubblica opinione.

Una strada difficile ma non impossibile. A partire da tre questioni.

La prima: gli ingressi per lavoro. Eccezion fatta per figure di alta e certificata professionalità, l’attuale sistema dei “flussi”, in particolare nel settore dei servizi privati e delle famiglie, non funziona. Per la semplice ragione che è un’illogica ipocrisia pretendere che qualcuno che sta in Italia possa assumere da un paese straniero qualcuno/a che non ha mai né visto né conosciuto per giunta con richiesta nominativa. .

La seconda: il reato penale di clandestinità. Una norma solo all’apparenza draconiana perché, come spiega lucidamente nel suo libro un magistrato del calibro di Paolo Borgna “rappresenta per gli stranieri che delinquono un utilissimo appiglio…sfruttando i tempi (troppo) lunghi della Giustizia (tre gradi di giudizio) anche se condannati hanno diritto di restare” . Il processo penale, per essere efficace, deve essere riservato alla repressione di condotte particolarmente gravi per la collettività. Ma non per fronteggiare comportamenti di massa per i quali vanno pensati ed utilizzati mezzi e forme sanzionatorie di altro tipo.

La terza: la questione dello status civitatis dei figli degli immigrati. Che messa in soffitta l’accesa ma inconcludente diatriba sullo jus soli si- jus soli no, potrebbe essere garantita sulla base di un modello misto jus soli- jus sanguinis semplicemente modificando alcuni articoli della legge sulla cittadinanza attualmente in vigore ( n. 91/ 1992). In modo da consentire finalmente alla legislazione italiana di allinearsi a quelle da tempo in vigore in tutte le altre principali nazioni europee. Consapevoli che molto del futuro dell’immigrazione è legato al grado ed alla qualità dell’integrazione delle sue seconde generazioni.