Non è l’Islam che si è radicalizzato, ma i delinquenti che si sono islamizzati

Se in Francia le carceri strabordano di immigrati e stranieri con cittadinanza francese non vuol dire che questo gruppo tende a delinquere più degli altri. Un rompicapo che abbiamo affrontato con Laurent Mucchielli, sociologo e fondatore Oltralpe dell’Observatoire Régional de la Délinquance et de contexte sociaux (ORDCS). 

Gli immigrati in Francia sono il 6,4% della popolazione ma rappresentano il 18% di quella carceraria.  A questi vanno aggiunti i francesi di origine straniera sui quali non abbiamo dati ufficiali perché la Francia vieta le statistiche etniche. Sappiamo però che durante il Ramadan il 27,5% dei detenuti francesi ha chiesto al tramonto un unico e abbandonante pasto giornaliero. Come spiega queste cifre?

La risposta è molto semplice. La popolazione carceraria non è la cartina di tornasole di quella criminale. Per la semplice ragione che la maggioranza degli immigrati, a differenza di chi appartiene a ceti sociali agiati, non ha buoni avvocati e risorse finanziarie per difendersi in tribunale. È per questo che hanno, rispetto alla media, maggiori probabilità di finire in galera. Attenzione, questo non significa che i giudici siano razzisti. La questione è più sottile perché tendono a usare con maggiore frequenza la pena detentiva nei confronti di quegli imputati che non hanno le cosiddette “garanties de représentation”, come ad esempio un domicilio o un impiego fisso. Per non parlare delle indagini di polizia. Controlli e posti di blocco sono spesso influenzati dai tratti etnici e sociali dei sospettati. Gli istituti penitenziari non sono altro che l’ultimo anello di una catena di discriminazioni. Sono la punizione per gli esclusi, gli emarginati, i poveri, soprattutto se stranieri.

Secondo un recente studio dell’ICSR di Londra, il 60% dei foreign fighters europei si è convertito all’Isis in carcere. Anche i penitenziari francesi sono un vivaio di terroristi?

In alcuni casi sì, in altri no. Quando accade non deve sorprendere. Perché la maggioranza dei detenuti è senza prospettive. Non ha nulla da perdere. Sa di non avere futuro, vive in un recinto sorvegliato con pochissime chance di reinserimento e integrazione nella società. Per queste ragioni, una parte di loro vede nell’ideologia islamista una forma di conforto e riscatto che riempie il vuoto di un’esistenza fragile e senza scopi precisi. 

A questo punto viene da pensare che lei condivida le tesi di Olivier Roy: non è l’Islam che si è radicalizzato ma i delinquenti che si sono islamizzati.

Sì. È grottesco associare un fervente musulmano a un potenziale terrorista. La maggior parte dei ragazzi che si radicalizzano ha in primis problemi identitari. Trovano nell’Islam un binario per la loro esistenza, regole e comportamenti da seguire e rispettare che rassicurano, danno ordine a una quotidianità caotica e senza mission precise. Va detto che tra questi giovani convertiti alla causa islamista non tutti diventano spietati carnefici, autori di stragi di massa. Molti, ad esempio, dopo aver accettato un periodo di formazione nei campi di addestramento del Califfo in Siria o in Iraq si sono tirati indietro. Quelli che, invece, hanno continuato, sono certamente i più temibili, pronti a tutto perché invasati al 100%. Mi consenta infine un’ultima annotazione. Contrariamente a quanto si possa pensare, tra i potenziali terroristi non ci sono solo maschi, ma anche femmine. Le dinamiche che spingono alla conversione sono le stesse (vuoto identitario), mentre è diverso il modo di manifestarla. 

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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