Non è tutta colpa del populismo

Secondo E. J. Dionne Jr. del Washington Post, è abbastanza diffusa l’opinione in base alla quale il caos post elettorale italiano, l’agire disordinatamente inefficace dell’amministrazione Trump o l’ondata autoritaria e anti democratica in atto in molti paesi come, ad esempio, l’Ungheria, la Polonia e la Turchia siano colpa del minaccioso spettro del “populismo”.

Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così? E, soprattutto, con il termine populista intendiamo tutti la stessa cosa? Una domanda che è giusto porsi perché la nostra risposta può alleviare o aggravare questo chiaro sintomo di crisi della democrazia liberale. Le élite di mezzo mondo, che non vanno per il sottile, hanno una considerazione assolutamente negativa del populismo. Per loro è solo una pericolosa bestia nera.

Ma non è detto che sia così. Per la semplice ragione che, insegna la storia, accanto al populismo autoritario (come il peronismo argentino) che va combattuto senza mezzi termini, c’è anche quello che con la sua azione ha contribuito a rafforzare e dare linfa alla democrazia. Inoltre bisogna essere ben attenti a non fare sì che la “paranoia” del populista, inducendo in errore, ci faccia scambiare i sintomi con la causa del male.

La rabbia sociale non nasce dal populismo (che la cavalca) ma dalle ingiustizie sociali. Ecco perché se si vuole davvero combattere il populismo bisogna “tagliare le sue gambe” prendendo di petto e risolvendo i problemi di cui, poco importa se strumentalmente, si fa latore.

Se vogliamo andare ancora più a fondo a questa questione vale forse la pena ricordare la magistrale critica del populismo contenuta nei lavori del grande studioso dell’università di Princeton Jan-Werner Muller. Secondo il quale la vera “magagna” dei populisti è che il loro “popolo” di riferimento, in antitesi ai valori fondamentali della democrazia liberale, non è tutta ma solo una parte della popolazione.

Ciò detto è però innegabile che c’è una parte del populismo tradizionale (come ad esempio quello americano di fine ‘800) che proprio perché crede lealmente nella democrazia si batte per obbligare le classi dominanti a mettere mano alle ingiustizie che se lasciate marcire rischiano di minarne le fondamenta.

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