Orbán scavalcato a destra sull’immigrazione

L'Ungheria non diventerà un Paese di immigrazione. Così Orbán, a settembre, rispondeva sprezzante al Parlamento europeo che si apprestava a votare la procedura per violazione dello Stato di diritto. Dopo che a luglio c’era già stato il deferimento di Budapest alla Corte di giustizia dell’Unione europea per non aver rispettato la direttiva sui ricollocamenti dei richiedenti asilo. Negli ultimi tempi, però, il teorico della "democrazia illiberale" ha aperto le frontiere del suo Paese a 350 venezuelani.

A prima vista sembrerebbe un cambio di rotta. Ma a ben guardare non è così. I confini difesi con il filo spinato restano, infatti, invalicabili, tranne che per i "perseguitati dal regime di Maduro di origini magiare". Con l'istituzione di un "permesso speciale di soggiorno" per tutti i venezuelani con "sangue ungherese", il governo Orbán intende perseguire un obiettivo dal chiaro sapore nazionalista. Infatti il programma di rimpatrio "intende facilitare il ritorno alla madrepatria degli esponenti e discendenti della diaspora magiara", definiti "martiri del comunismo", fuggiti nel 1956 dopo la fallita rivoluzione per rovesciare il regime filosovietico.

Agli "ungheresi con diritto di ritorno" è garantito un biglietto aereo, un alloggio per un anno e corsi di lingue. Tutto a carico dello Stato. Al momento in lista di attesa, pronti a imbarcarsi su un volo che li porti a Budapest, ci sono 750 venezuelani. L’operazione, che va detto è stata molto poco pubblicizzata dal governo, non ha riscosso successo tra la popolazione. Emblematico un episodio, raccontato dalla Bbc [1], avvenuto nella località turistica di Balatonoszod. Dove l’arrivo dei primi profughi venezuelani ha scatenato una vera e propria psicosi collettiva. Con i centralini della locale stazione di polizia intasati dalle telefonate dei cittadini che segnalavano, allarmati, la presenza di "neri" per le strade.