Parole nuove sull’immigrazione africana

Contrariamente a quanto sostenuto da più parti, il futuro sbocco demografico dell’Africa non è l’Europa. A smentire le fosche previsioni di un prossimo gigantesco travaso di esseri umani dalla povera e giovane Africa al ricco e Vecchio continente, è il politologo Achille Mbembe docente all’Università sudafricana di Witwatersand. Che dalle colonne dell’ultimo numero dell’autorevole rivista francese Le Débat (edizioni Gallimard), ha avanzato una tesi-shock, destinata a far storcere il naso a molti. Perché a suo avviso l’Africa ha le carte in regola per garantire lavoro e condizioni di vita dignitose ai suoi abitanti, anche nel caso in cui, come indicato da più parti, dovessero raddoppiare entro il 2050 rappresentando il 22% della popolazione mondiale. Sì, ma come?

Creando uno spazio di libera circolazione delle persone al suo interno. Una sorta di Schengen in versione africana capace di intensificare la mobilità, i collegamenti e l’interscambio tra Stati e regioni, smantellando il retaggio coloniale di quelle frontiere stabilite in passato, a proprio uso e abuso, dagli occupanti europei e riconosciute nel 1963 dall’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA).

Si tratterebbe dell’ultimo stadio del processo di decolonizzazione iniziato con la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma ancora oggi incompiuto. Per realizzarlo, suggerisce Achille Mbembe, serve un mix di riforme politiche ed economiche. Dall’introduzione di un visto Schengen-Africa a un robusto piano di investimenti pubblici, soprattutto nel settore delle infrastrutture (autostrade, ferrovie, aeroporti, etc.), necessarie per liberalizzare e accelerare lo scambio di merci e persone all’interno di un continente che, in questo modo, sia pur in ritardo, prenderebbe il treno della globalizzazione.

Wishful thinking, si dirà. Fino a certo punto. Non foss’altro perché un primo passo in questo non semplice cammino è stato registrato lo scorso 7 luglio a Niamey, in Niger, con la firma dello storico accordo di libero scambio (AFCFTA) tra gli stati africani. Di tutto questo la Cina ha piena contezza, tanto è vero che dal 2001 investe decine di miliardi in Africa. Mentre l’Europa, e specialmente l’Italia, impegnata in una lunga e sterile battaglia tra amici e nemici dell’immigrazione, porti aperti e porti chiusi, sì o no alle ONG, nicchia, perdendo di vista che a un passo da casa si sta giocando una delle più importanti partite (insieme a quella asiatica) per stabilire i nuovi equilibri geopolitici globali.