Parte la fase due della politica italiana di immigrazione

Sembra al via la fase due della politica italiana di gestione dell’immigrazione nel Mediterraneo. La prima, calo degli sbarchi e dei morti in mare, è certificata dai dati del 2017: 119 mila nuovi arrivati (contro i 181 mila del 2016) e 3.100 vittime (a fronte di 5.100 del 2016).
La seconda, affrontare l’emergenza umanitaria in Libia, col supporto dei partner europei e africani prende forma in queste ore. E’, infatti, di ieri la notizia che la Nigeria, il più grande trampolino di lancio di immigrati illegali verso le nostre coste, è impegnata a evacuare i suoi cittadini bloccati nei centri di detenzione libici. I diplomatici del paese hanno identificato cinque mila connazionali, di cui mille sono stati già rimpatriati via area. Il governo del primo paese africano e settimo al mondo per densità demografica (186 milioni di abitanti) ha precisato che la missione è a tempo indeterminato e i voli continueranno fino quando ci saranno nigeriani sul territorio libico disponibili a tornare a casa.
Ma c’è di più. Col 2018, nella rotta migratoria euro-mediterranea una sorpresa tira l’altra. Oltre all’insolito attivismo dell’esecutivo nigeriano, si registra anche quello della Guardia costiera libica. Mai come in questi giorni si è fatta carico, senza delegare alle autorità e alle Ong italiane, di organizzare operazioni di soccorso, salvataggio e rimpatrio nei porti di partenza dei gommoni di immigrati che cercavano di raggiungere l’Italia. Dall’inizio del nuovo anno, ne ha salvati circa 800.
È cominciato, infine, il conto alla rovescia per l’attivazione, dall’1 febbraio, del primo centro Unhcr di transito e partenza per richiedenti asilo in Libia. Ospiterà, in particolare, i rifugiati in condizioni di vulnerabilità (donne sole, minori non accompagnati, famiglie, anziani, malati, vittime di violenze, stupri e torture) individuati e registrati dai funzionari Onu soprattutto nei dodici principali punti di partenza dei migranti dalle coste libiche. L’obiettivo è quello di evitare loro i centri di detenzione libici e poter essere trasferiti nel più breve tempo possibile e in assoluta sicurezza in Niger, da dove verranno reinsediati negli Stati, europei e non, disposti ad accoglierli.
Novità fino a pochi mesi fa inimmaginabili. Figlie di un lavoro di squadra tra i leader di Europa e Africa che arriva da lontano e va ben oltre il semplice do ut des di natura economica. Basta ricordare che:
Novembre 2014, a un anno dalla strage di Lampedusa (365 immigrati affogati), su iniziativa italiana, nasceva il Fondo europeo d’emergenza per l’Africa (oggi dispone di quasi €3 miliardi).
Aprile 2016, l’UE, su input di Roma, approva il Migration Compact, approccio che mira a incentivare accordi bilaterali d Bruxelles con i paesi terzi di origine e transito degli immigrati africani.
Agosto 2017, accordo dell’Italia con quattordici sindaci libici che, in cambio di aiuti economici, hanno dato una mano contro il business dell’immigrazione illegale. Strategia che nello stesso mese, in occasione del Vertice di Parigi, ha ottenuto il bene placet di Spagna, Francia e Germania.
Novembre 2017, Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, ha ospitato il quinto Vertice tra i capi di Stati e di governo dell’UE e dell’Africa, il primo organizzato nella regione subsahariana. In questa sede l’Unione Europea, l’Unione Africana e le Nazioni Unite hanno annunciato la creazione di una task force congiunta per salvare e proteggere coloro che si imbattono lungo le rotte migratorie che soprattutto attraverso il Niger portano in Libia, accelerando i rimpatri volontari assistiti degli immigrati verso i paesi di origine e il reinsediamento dei profughi umanitari in Europa.
Rispetto all’ultimo triennio, c’è, dunque, oggi un impegno collettivo, internazionale contro il traffico di esseri umani e il terrorismo islamista, soprattutto nel Sahel. Negli Stati che da Ovest a Est dell’Africa sub-sahariana confinano col Sahara (Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Algeria, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan ed Eritrea), oltre al denaro stanno arrivando anche gli eserciti dall’estero.

Un esempio su tutti. Il Sahel è attualmente il teatro militare più importante per la Germania dal Secondo dopoguerra. E, anche l’Italia, storicamente interessata al Corno d’Africa, fa in quest’area la sua parte. Ha inaugurato la sua prima ambasciata nel Sahel, in Niger, dove invierà anche un contingente militare a supporto dei francesi, che rimangono gli attori stranieri dominanti nella regione.

Giuseppe Terranova

Vice-direttore di West. Docente di Storia e Istituzioni dell'Africa, Geopolitica e Geoeconomia all'Università Niccolò Cusano di Roma. Insegna nei Master in Governo dei flussi migratori e African Studies della Link ...

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