Per Biden il traguardo è ancora lontano

In America più si avvicinano le elezioni di novembre, più il vento della politica sembra spirare a favore dei democratici di Joe Biden. Una tendenza significativamente confermata anche dai risultati dell’ultimo, autorevole sondaggio Gallup di metà agosto. Nel quale il 35% degli statunitensi interrogati su quale fosse, a loro parere, il principale problema del paese ha indicando il coronavirus ed il 25% la mancanza di leadership del governo. Due risposte che da sole rappresenterebbero, secondo l’analista della Vanderbilt University John Sides, “ the basis for an anti-Trump majority”.

Ma Biden ed i suoi, pur se comprensibilmente galvanizzati da un clima politico che sembra aver cancellato i presagi ben più cupi dei mesi passati, farebbero bene, memori della cocente delusione legata all’inaspettata sconfitta di Illary Clinton, a tenere i piedi per terra. Non solo perché i 70 giorni che ancora mancano all’apertura delle urne possono nascondere insidie capaci di cambiare, in negativo, il quadro della attuale situazione. Come ben sa Donald Trump. Che tra aprile e maggio scorsi, sottovalutando i danni e le conseguenze della pandemia che, attraversato l’Atlantico si apprestava ad addentare il suo paese, ha visto andare letteralmente in fumo il consenso fino a quel momento tutto nelle sue mani. Una saggezza scaramantica che forse aiuterebbe l’opposizione democratica a riconoscere ed affrontare, anziché negare le serie contraddizioni della sua linea politica. Per la semplice ragione che sfruttare gli errori dell’avversario è una condizione certamente necessaria ma non sufficiente per riuscire a dare il ben servito all’attuale Presidente. Il cammino del vice di Obama verso la Casa Bianca è infatti “lastricato” da quattro problemi:

1) come voteranno, se voteranno, i giovani democratici di sinistra che dopo essersi spesi per mesi a favore del “socialista” Berni Sanders contro il moderato Biden ne hanno dovuto accettare la nomina imposta obtorto collo dai vertici del partito? Una domanda più che lecita visto che i segnali al riguardo raccolti nei giorni conclusivi della Convention democratica sono assai poco incoraggianti;

2) in che misura il programma di interventi elencati dal senatore del Delawere al momento della sua investitura a futuro Presidente risulterà convincente agli occhi della pubblica opinione? Visto che ad una attenta lettura quasi nessuno dei punti lasciati irrisolti da Obama e che, non a caso, hanno spinto Trump alla vittoria sembrano aver trovato in esso convincenti soluzioni;

3) lo shock prodotto sul mercato del lavoro dal coronavirus ha accelerato una fortissima migrazione di molti giovani colletti bianchi, per gran parte politicamente liberal, dalle grandi metropoli democratiche, come New York, Chicago o Los Angeles, verso le regioni a maggioranza repubblicana del Sun Belt e del Nord Ovest. Questo cambiamento demografico consentirà al partito dell’asinello di strappare in questi collegi elettorali il numero di grandi elettori richiesti per non replicare la sconfitta del 2016? ;

4) per evitare il rischio di pericolose, dannose fratture politiche interne Biden ed i suoi hanno preferito mettere il silenziatore sul tema dell’immigrazione. Una scelta tatticamente forse prudente ma che però rischia di allarmare l’elettorato moderato. Che pur non vedendo di buon occhio l’eccessiva durezza usata da Trump nell’affrontare la questione, in assenza di impegni vincolanti da parte dell’opposizione democratica, potrebbe scegliere il male minore: tapparsi il naso e confermarlo non fidandosi di un partito lacerato tra la ragionevolezza dei moderati e la cocciutaggine estremista di giovani astri nascenti come la Ocasio-Cortez.

Guido Bolaffi

Direttore di WEST. Laureato con lode in Lettere e Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1969, consegue il diploma di specializzazione in Sociologia e Ricerca Sociale nel 1972. È ...

Iscriviti alla newsletter: